Natalia's profile- NATALIA DI BARTOLO - PhotosBlogListsMore ![]() | Help |
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6/22/2009 DANIELA SCHAECTER TRIO in CONCERTO a Reggio Calabria e MessinaL'Associazione Soledad, diretta da Alessio Laganà, ha organizzato a Reggio Calabria, per il 28 giugno 2009, alle ore 22 presso la Fioreria, il Concerto di chiusura della propria Stagione Artistica. Sarà un evento molto interessante in cui si incroceranno una pianista-cantante siciliana che vive da molti anni a New York - Daniela Schaecter - un batterista reggino - Dino Chisari - ed un contrabbassista russo Oleg Osenkov. Il trio proporrà un repertorio fatto di brani standard e brani originali di Daniela Schaecter, famosa nel panorama internazionale per le sue composizioni di forte sapore mediterraneo. Notevole lo spessore del gruppo in Concerto, con la Shaecter al piano e con la la presenza - fortemente voluta dalla stessa Scaecther - del suddetto Dino Chisari, persona umile, grandemente innamorata della musica e che lavora da tanti anni sul territorio nazionale a fianco di grandi artisti - a dimostrazione che il territorio calabro può esprimere grandi valori in musica e non solo approssimative ed improvvisate bagarre. Tale assunto verrà dimostrato in una nuova manifestazione prevista per l'inverno che, oltre ad artisti internazionali, proporrà a Reggio Calabria ciò che di meglio in termini musicali, esiste sul territorio. Non sono pochi i nomi di ragazzi reggini che stanno studiando e lavorando in questo senso. Artista appassionata ed eclettica, Daniela Schächter, pianista, cantante e compositrice, si inserisce nel panorama jazzistico newyorkese mantenendo una forte personalità italiana. Ciò che maggiormente cattura, ascoltandola suonare il piano, è la forte personalità del suo tocco: Daniela Schaechter, minuta e delicata, davanti alla tastiera produce infatti un’energia insospettabile, ed ogni singola nota che ne deriva sembra imprimersi con forza nell’aria: la sua musica ha un gran carattere. La giovane compositrice suona il piano in modo appassionato e coinvolgente, con un tocco potente e leggero al tempo stesso, unendo al talento pianistico, una voce suadente, limpida, profonda. Ma ciò che veramente distingue Daniela è la scelta di vivere la scena statunitense senza scendere a compromessi con le proprie radici culturali: una soluzione che paga, a giudicare dai molti premi vinti e dall'apprezzamento riscosso in America e non solo. Fra i molti pezzi in repertorio, non a caso il brano più toccante scritto ed interpretato dalla compositrice si chiama “Terra Madre”: perché la Sicilia, forse più che ogni altra isola al mondo, resta nel cuore. Dino Chisari , batterista reggino conosce la Schaechter e collabora con lei sin dai tempi in cui quest'ultima viveva in Italia; il suo percorso formativo si svolge sotto la guida del grande Tullio De Piscopo, che lo proietta verso grandi collaborazioni nel pop - Fiordaliso, Flavia Fortunato, Antonella Ruggieri – e nel jazz: Massimo Morriconi, steve Grossman, Massimo Urbani. Oleg Osenkov bassista russo, è dotato dell’eccellente tecnica dell’est Europa, affinata e votata al jazz dopo il trasferimento negli Stati Uniti dove vive da parecchi anni. Il Concerto calabro verrà replicato a Messina il 2 luglio 2009.
Da non perdere.
Inserita il 22 - 06 - 09
Fonte: Natalia Di Bartolo
6/11/2009 CARLA FRACCI 'BENEMERITO DELLA REPUBBLICA' con il PREMIO INTERNAZIONALE M. LUZILa Giuria del “Premio Internazionale Mario Luzi” ha conferito alla grande Carla Fracci il titolo di "Benemerito della Repubblica per aver illustrato l’Italia nel mondo, per alti meriti in campo artistico e culturale". Carla Fracci continua con entusiasmo la sua luminosissima carriera ed è ora Direttore del prestigioso Corpo di Ballo del Teatro dell’Opera di Roma; partecipa inoltre, ancor oggi, a spettacoli che le sono congeniali a Roma e nel mondo. La Cerimonia di consegna della medaglia del Senato, disposta dal Presidente del Senato della Repubblica Renato Schifani avrà luogo a Roma, al Teatro Quirino il giorno 12 giugno 2009. Sarà anche l’occasione per brindare alla fulgida memoria di uno dei più grandi uomini e poeti che l’Italia abbia avuto, Mario Luzi (1914-2005). Il celebre poeta e scrittore (nella foto in basso), in occasione del suo novantesimo compleanno, era stato nominato Senatore a vita della Repubblica italiana. Mario Luzi è stato autore di numerose raccolte poetiche, tra cui "Un brindisi" e "Quaderno gotico", "Onore del vero, Principe del deserto" e "Studio su Mallarmé". Proseguendo la propria brillante carriera di scrittore, ha pubblicato "Nel magma", "Dal fondo delle campagne" e "Su fondamenti invisibili" ai quali hanno fatto seguito molti altri titoli. Nel 1978, per l'opera "Al fuoco della controversia", gli è stato assegnato il Premio Viareggio. È stato, inoltre, autore di importanti saggi e curatore di numerose antologie (tra cui "L'idea simbolista"). Mario Luzi ha avuto grande importanza nella carriera di Carla Fracci, dedicandole liriche e scritti. L'occasione del Premio assegnato alla grande Danzatrice, fonde così la memoria e l'oggi, l'Arte della Letteratura con l'Arte della Danza, in un mix unico ed irripetibile.
Inserita il 10 - 06 - 09
Fonte: Natalia Di Bartolo
TAG: natalia di bartolo carla fracci premio luzi danza senato romahttp://www.teatro.org/rubriche/news/carla_fracci_benemerito_della_repubblica_con_il_premio_internazionale_m_luzi_18822 6/7/2009 Premiati giovani musicisti agrigentini al CONCORSO INTERNAZIONALE 'EUTERPE' di Corato (BA)
Brillante affermazione di alcuni giovani musicisti provenienti dalla
Sicilia all' XI Concorso Internazionale Musicale EUTERPE di Corato (Ba).
Fra i premiati, con i riconoscimenti più prestigiosi ed ambiti, alcuni studenti dell'Istituto di Studi Musicali Superiori "Arturo Toscanini" di Ribera (AG). La Giuria presieduta dalla decana del pianismo italiano Lya De Barberiis (nella foto), già Docente all'Accademia Nazionale S.Cecilia di Roma ed allieva di Alfredo Casella e Marguerite Long, ha assegnato il I premio assoluto della cat.C Pianoforte al giovanissimo Emanuele Misuraca, di Ribera (AG), straordinario talento, che ha eseguito la virtuosistica Polacca op. 56 n. 6 in LA "Eroica" di Chopin e la Toccata di Pierre Sancan. Il tredicenne Misuraca aveva già conseguito un altro prestigioso I premio come solista, nella Rassegna "Euterpe - Mediterraneo in musica", dedicata agli alunni delle scuole statali secondarie di primo grado ad indirizzo musicale, nel maggio 2009, al Palacongressi di Agrigento. Il II premio della cat.D Fiati è andato alla flautista Ester Prestia, di Sciacca (AG); il III premio cat.E Archi al violoncellista Ramashanty Cappello, anch'egli allievo del Toscanini di Ribera. Soddisfazione per il prestigioso risultato conseguito in una Competizione Internazionale di tale rilievo è stata espressa dal Direttore dell'Istituto Toscanini, prof.Claudio Montesano, che ha dichiarato:"La nostra mission, legata alla formazione ed anche alla produzione, sta prendendo sempre più corpo grazie all'ottimo lavoro svolto dai docenti a cui rivolgo i miei complimenti". I giovani musicisti siciliani dimostrano, quindi, non solo la personale dote che li porta verso il professionismo, ma anche, come giustamente sottolineato dal M°. Montesano, la cura che viene data, in Sicilia e nell'agrigentino in particolare, alla scoperta ed all'adeguata formazione di tali straordinari talenti.
Inserita il 07 - 06 - 09
Fonte: Natalia Di Bartolo
5/18/2009 REALMONTE (AG): il BANDO della V ESTEMPORANEA di Pittura "CAPO ROSSELLO 2009"PROVINCIA DI AGRIGENTO
LABORATORIO PITTURANDO
V ESTEMPORANEA di PITTURA - CAPO ROSSELLO – Concorso a premi REGOLAMENTO Domenica 23 agosto 2009, Realmonte (Lido Rossello) Il Comune di Realmonte (AG) bandisce la V Estemporanea di Pittura “Capo Rossello” 2008, Concorso a Premi, organizzata dal “Laboratorio Pitturando - ProArte” . - L’Estemporanea è esclusivamente mirata alle Arti Visive. - L’iscrizione e la partecipazione sono gratuite; - Il tema e la tecnica sono liberi; -
La manifestazione avrà inizio domenica 23 agosto 2009 alle h. 9.00 ,
orario in cui gli artisti dovranno aver completato le procedure
d'iscrizione e potranno mettersi all'opera. - Per la Pittura ed
altre tecniche d’arti visive, i supporti (tela, legno, carta e/o
qualsiasi altro materiale) dei lavori, da compiersi integralmente sul
posto, dovranno misurare minimo cm. 50 x 60; per i lavori di scultura,
il soggetto compiuto, sempre da realizzarsi integralmente sul posto,
dovranno misurare minimo cm. 35 x 25. - I supporti dovranno essere timbrati all’inizio della Manifestazione dal Comitato Organizzatore ed in concomitanza, il concorrente compilerà in loco il modulo di partecipazione. - All’atto della compilazione, sarà richiesta come indispensabile la fotocopia di un documento d’identità e del Codice Fiscale del partecipante, che verrà allegata al modulo di partecipazione; - Si potranno utilizzare max 2 (due) supporti timbrati, ma se ne potrà presentare solo 1 (uno) ai fini del Concorso; - Gli Artisti potranno dislocarsi sulla spiaggia o nel Villaggio di Lido Rossello; - Alle h. 13,30 si terrà una "tavolata di artisti", in luogo da stabilirsi e che verrà comunicato lo stesso giorno, con un pranzo offerto dal Comitato Organizzatore e con il piacevole scambio di opinioni, pareri, gradevoli chiacchiere, in modo che gli artisti possano conoscersi fra loro e farsi conoscere in maniera informale e conviviale dal Comitato stesso; - I lavori dovranno tassativamente essere consegnati alle h. 19.00 dello stesso giorno 23 agosto alla Commissione Giudicatrice; - Alle h. 21,30, la Commissione Giudicatrice, nel corso della Premiazione ufficiale, decreterà i vincitori, a cui verranno assegnati i seguenti premi: 1° premio: € 500,00 ed il successivo allestimento di una Mostra Personale, in data da concordarsi con gli Organizzatori; 2° premio: € 350,00 3° premio: € 250,00 - Tutti i partecipanti riceveranno un Diploma di partecipazione, - I lavori premiati diverranno proprietà esclusiva della Pinacoteca del Comune di Realmonte; - La Commissione giudicatrice sarà composta da qualificati Artisti ed Esperti del settore e giudicherà esclusivamente in base al valore tecnico-artistico dei lavori presentati, secondo il proprio esclusivo metro di giudizio ed il proprio gusto estetico. Essa sarà stabilita esclusivamente dal Comitato Organizzatore e non potrà subire aggiunte e/o variazioni di Giurati, a meno di seri, dimostrabili e giustificati motivi; - Il giudizio della Giuria sarà insindacabile;
- I candidati dovranno effettuare una pre-iscrizione, contattando il Comitato Organizzatore tramite i seguenti numeri telefonici: 339 54 34 323 328 76 24 562 o inviando una e-mail all’indirizzo: laboratoriopitturando@hotmail.it - La pre-iscrizione sarà considerata vincolante ai fini della partecipazione. - Le pre-iscrizioni si chiuderanno il 15 agosto 2009. - In caso di eventuale mancata partecipazione, il concorrente pre-iscrittosi dovrà comunicare, ai medesimi recapiti telefonici e/o al suddetto indirizzo di posta elettronica, la propria disdetta. Sarà allestita, in concomitanza con l’Estemporanea, una Mostra dei lavori che si sono distinti nelle precedenti edizioni della Manifestazione.
Per il Comitato Organizzatore del Laboratorio Pitturando, l’Assessore ai Beni Culturali, Turismo, Sport e Spettacolo Prof. Paolo Salemi http://laboratoriopitturando.spaces.live.com/blog/cns!A3973D0B94CB380F!1649.entry
5/15/2009 PALERMO: successo dell'Orchestra deIl'IST. MUSICALE PAREGGIATO 'A.TOSCANINI' di RIBERA (AG)Successo per il debutto dell'Orchestra da Camera dell'Istituto Musicale Pareggiato "Arturo Toscanini" di Ribera (AG), gestito dalla Provincia Regionale di Agrigento, domenica 10 maggio 2009 all'Auditorium della RAI di Palermo. L'ensemble sinfonico, diretto dal prof. Antonio Giovanni Bono, reduce da un Master biennale di perfezionamento a Vienna, e composto da venticinque orchestrali, tra studenti, tirocinanti e collaboratori aggiunti, ha eseguito di fronte ad un numeroso pubblico un mosaico musicale con musiche di Bach, Gluck, Schubert, Faurè. Il programma, registrato dal vivo, ha offerto anche l'occasione per il debutto da solisti ai diplomandi Ester Prestia (flauto) con l'Andante KV 315 di Mozart, Giuseppe Spalletta (chitarra) con il Concerto op.30 n.1 di Giuliani ed a Ramashanty Cappello (violoncello) con le Variazioni Rococò di Cajkovskij. Presenti il Direttore RAI dott. Cusimano, il critico Cetty Amenta del celebre periodico musicale Orpheus, Operatori del settore. Applausi calorosi dal numeroso pubblico e richiesta di un bis. Natalia Di Bartolo
http://www.teatro.org/rubriche/eventi-sicilia/palermo_successo_dell_orchestra_deil_ist_musicale_pareggiato_atoscanini_18412 5/9/2009 "EUTERPE - Mediterraneo in Musica 2009": grande successo ad AGRIGENTOGrande successo sta riscuotendo ad Agrigento la Rassegna Nazionale EUTERPE-MEDITERRANEO IN MUSICA 2009, riservata alle orchestre formate dagli allievi delle scuole statali secondarie di primo grado ad indirizzo musicale dei paesi del Mediterraneo ed ai solisti di strumento della stessa connotazione, giunta quest'anno alla sua quinta edizione ed in corso di svolgimento dal 5 maggio u.s., fino al 9 maggio. La nutrita partecipazione di circa cinquanta scuole ha confermato la formula vincente dell'organizzazione e della messa in atto della Manifestazione. La formula vincente di cui sopra sta nella dedizione e nell'attenzione spesa dagli organizzatori, con il patrocinio del Ministero della Pubblica Istruzione, dell'Ufficio scolastico regionale, della Provincia e del Comune di Agrigento, per la realizzazione di un'idea nata cinque anni fa dall'ispettrice scolastica dott.ssa Giovanna Zaffuto e che ha trovato nella dirigente dell'istituto comprensivo "Pascoli" di Agrigento, prof.ssa Rosa Cremona, insieme al preside della "Garibaldi" della stessa città, prof. Natalino Proto ed al pianista M°. Stefano Tesè, coadiuvato dalla prof.ssa Anna Maria Van der Poel, terreno fertile ed attivissimo. Gli organizzatori, quindi, non si stanno risparmiando né in tempo né in qualsiasi altro risvolto logistico per far sì che la Rassegna riesca anche quest'anno degna di questo nome e quanto più possibile indovinata nella sua dinamica e nei ritmi e tempi di svolgimento, mettendo anche a disposizione dei vincitori numerosi premi diversificati, per un congruo ammontare complessivo. Strutturata in quattro giorni di audizioni e di esibizioni ed in una serata finale, il 9 maggio, al Palacongressi di Agrigento, la kermesse “Euterpe-Mediterraneo in Musica 2009”, ha attirato l'attenzione del pubblico e dei media, che non si sono anch'essi sottratti al dispiegare ampie notizie ed interviste, sia sui giornali, che sui telegiornali, che sul web. Anche quest'anno si è voluto porgere alla cittadinanza agrigentina una parte della rassegna in maniera “diretta”, ovvero facendo suonare gli ensemble dei ragazzi partecipanti lungo la via Atenea, la via principale di Agrigento e zone circostanti, cosa che sta deliziando il folto pubblico che si sofferma ad ascoltare e ad applaudire i musicisti in erba. "Abbiamo fatto si che la manifestazione non si svolgesse esclusivamente al chiuso e abbiamo individuato tre postazioni; una nella scalinata Madonna degli Angeli, una nel Cortile Celauro e una nella Discesa Giambertoni, per far sì che la musica di questi ragazzi venisse condivisa da tutta la cittadinanza", ha detto la dirigente dell'istituto comprensivo "Pascoli", prof.ssa Rosa Cremona, “anima” portante della manifestazione. Nel frattempo, la Giuria tecnica, al Palacongressi del Villaggio Mosè, alle porte della città dei Templi, ha lavorato alacremente e con l'imbarazzo della scelta, poiché ciascuna audizione porge pregi del tutto unici e, quindi, l'irrinunciabile dovere di segnalare i vincitori, dopo averli scelti, districandosi tra le finezze tecniche esecutive ed interpretative, non già assegnando una valutazione generica al primo impatto: la maggior parte degli ensemble ha la coerenza e lo spessore di gruppi professionistici e quindi la Giuria, presieduta dal Direttore dell'Istituto Superiore di Studi Musicali "Arturo Toscanini" di Ribera (AG), prof. Claudio Montesano, coadiuvato dalla dott.ssa Natalia Di Bartolo, Soprano, Critico musicale, teatrale e giornalista, e dalla prof.ssa Daniela Platania, Docente di Musica, coordinatrice della rete Pegaso per la formazione musicale e cantante pop-jazz in diversi gruppi musicali dell'agrigentino, sta avendo un bel da fare nel valutare e nello scegliere i migliori tra i migliori. La serata finale, prevista al Palacongressi di Agrigento sabato 9 maggio, si presenta come un vero e proprio concerto dei gruppi vincitori. E', comunque, una vera e propria festa, per tutti i ragazzi degi ensemble più qualificati, felici del traguardo raggiunto, per i professori che li hanno preparati con scrupolo, diligenza e grande abilità didattica, per i presidi delle rispettive scuole e per tutti gli spettatori, ai quali è destinata una serata gradevolissima ed esecuzioni musicali certamente di livello superiore. E già si parla della Rassegna Concorso "EUTERPE-Mediterraneo in musica" del 2010... Giuseppe Vella http://www.teatro.org/rubriche/eventi-sicilia/agrigento_euterpe_v_rassegna_nazionale_per_le_scuole_ad_indirizzo_musicale_18336 http://laboratoriopitturando.spaces.live.com/blog/cns!A3973D0B94CB380F!1643.entry http://www.agrigentoweb.it/successo-per-euterpe-2009_10456/ http://www.iloveagrigento.it/euterpe-agrigento-rassegna-nazionale-euterpe-mediterraneo-in-musica-2009/ http://www.comunicalo.it/index.php?option=com_content&view=article&id=2693:musica-successo-ad-agrigento-per-la-rassegna-euterpe-mediterraneo&catid=57:musica-e-spettacoli&Itemid=29 http://www.agrigentoflash.it/news/show/euterpe-si-pensa-al-2010.html 4/27/2009 'SCRIGNI' della Musica: riapre il 'Teatro Sociale' di Bergamo AltaIl "Teatro della Società" di Bergamo alta (questo era il nome originario dello spazio teatrale in oggetto), oggi "Teatro Sociale", in via Colleoni (nella foto a fianco, la facciata), aprì i battenti nella stagione di Carnevale del 1809. Le origini dell'edificio riportano, appunto, agli anni 1803-1809 ed al nome di Leopoldo Pollack, allievo del Piermarini. L’architetto ne disegnò i volumi secondo lo stile neoclassico e decise per un teatro con più ordini di palchi e platea, a forma ovale, di stampo francesizzante. Commissionato da alcune famiglie nobili di Bergamo con l’intento elitario di contrapposizione al più "popolare" Teatro Riccardi in Città bassa, sorge sull’area precedentemente occupata dal Palazzo Pretorio. Il teatro venne costruito interamente in legno: presenta ancora oggi tre ordini di palchi con una galleria e può ospitare fino a 1300 spettatori. Venne inaugurato nel 1807 e proseguì la sua attività, con alterne fortune, fino alla chiusura definitiva avvenuta nel 1929. Abbandonato a un inesorabile degrado nel corso del ‘900, fu a più riprese al centro di progetti di recupero. Nel 1972 parte del primo piano venne occupata dall’Università degli studi di Bergamo. La storia successiva è segnata da progetti di demolizione, avventuristiche intenzioni di riuso e continui passaggi di proprietà, fino all´acquisizione dell´immobile da parte del Comune di Bergamo (1974) e ai lavori di manutenzione straordinaria e messa in sicurezza compiuti tra il 1978 e il 1981. Da allora, lo spazio ha ospitato soprattutto esposizioni, sino all´inizio dell´intervento di restauro, intrapreso per iniziativa del Comune di Bergamo a partire dal 2006. Direttore dei lavori, nonché progettista del recupero è stato l'Architetto Nicola Berlucchi. L’obiettivo dell’intero progetto è stato quello di mantenere le caratteristiche storiche e culturali dello splendido Teatro Sociale e allo stesso tempo garantire il rispetto delle normative di sicurezza, ad esempio con nuovi vani scala non visibili dall’interno del teatro, oltre che, per esempio, con una vasca da 110 mila litri d’acqua che è stata installata sotto la platea, come strumento antincendio. Il restauro ha puntato a mantenere tutte le decorazioni originali e le funzionalità previste nell’800. C'è anche un golfo mistico mobile, con la possibilità di spostare il piano di base rispetto alla platea e sono state installate arcate in acciaio da 35 tonnellate nella parte della Graticia. Si è studiata, quindi, e trovata una mediazione tra storico e moderno e l’obiettivo è stato raggiunto. Ultimato, il restauro consegna oggi alla città un teatro storico completamente recuperato alla sua originaria vocazione teatrale. Ma non solo: oltre l´Opera, la Musica e la Danza, il Sociale ospiterà anche performances multimediali, Convegni, Mostre, ponendosi come spazio culturale a 360°. Una Conferenza stampa, con presentazione di "200" stagione per la riapertura, è prevista per Martedì 28 aprile 2009, ore 12.15, nei locali ristrutturati del Teatro. Recupero nel rispetto dell'originale: ben vengano sempre iniziative come questa, di cui Bergamo, a giusto titolo, si sta fregiando.
Inserita il 27 - 04 - 09
Fonte: Natalia Di Bartolo
TAG: natalia di bartolo bergamo teatro sociale restauro riapertura4/2/2009 NINO CONTINO, pittore e scultore: decennale della morteOspito volentieri nella mia home un articolo del M°. Carmelo Presti su uno dei maggiori artisti contemporanei dell'agrigentino, Nino Contino. Ricorre in questi giorni il decennale della scomparsa del maestro Nino Contino, pittore, scultore, inventore, poeta, artista poliedrico di grande creatività. Rimane ancora vivo il fascino
delle visioni di Nino, l’immaginario big bang quale origine
dell’universo, concetto trasfuso in un’imponente opera che
rappresenta la celebrazione del momento nel quale tutto inizia e la
materia diviene forma di vita e dalla quale, ancora…senza soluzione
di continuità, nasce altra vita…all’infinito.
Una visione positivistica che lo ha accompagnato in un percorso, per certi versi sofferto e travagliato, in un momento storico talvolta volutamente indifferente, nel quale occorreva una insolita tenacia per superare gli ostacoli ambientali e cercare di trasmettere a tutti i costi (perché era una sua emergente necessità interiore!) i propri sentimenti e le proprie emozioni con il vettore a lui congeniale “dell’arte visiva “, complici una magia alchemica ed un raffinato cromatismo che si sintetizzano in un interessante stile “informale/concettuale “. Dalla pittura…alla scultura…alla manipolazione della cruda creta che egli assecondava in un battere e levare…musicale…e poi aggiungere e togliere, come se essa stessa materia avesse memoria di divenire figura, oggetto o semplice rilievo o solco. Nascono così le sculture di Nino ed, in particolare, quelle monumentali, ricche di significato e di grande spessore tecnico/compositivo, o quelle monotematiche, quale la scultura di Monterossello (Realmonte) in memoria di Franco Monachino; o volutamente minimaliste, quale, ad esempio, la croce stilizzata realizzata per Piana S. Gregorio (Valle dei Templi) in occasione della indimenticabile venuta di Papa Giovanni Paolo II ad Agrigento. Monumento a Franco Monachino (Realmonte a mare) Ci piace ricordare il monumento ad Empedocle (Piazzetta Vadalà di Agrigento), opera con la quale celebrò emblematicamente la figura e le radici di quell’essere empedocleo che il filosofo affermava costituito da quattro elementi: fuoco (Zeus), aria (Era), terra (Edoneo) ed acqua (Nesti). L’aggregazione di questi elementi perpetuava il ciclo della nascita delle cose e della loro disgregazione. Da una osservazione approfondita dell’opera si colgono nettamente i quattro elementi aggregati che fanno parte essenziale della composizione. Un forte legame concettuale collega la pittura (big bang) e la scultura (Empedocle) del Contino, in un continuo divenire, affascinato sempre dal mistero della creazione nella consapevolezza della fine...non senza sofferenza...il cerchio della vita. Deposizione (particolare) Le sue proposte d’arte, oltre a rappresentare il suo modo di essere, sono state sempre occasione per veicolare messaggi sociali e culturali. Nella sua opera ultima, dedicata a Don Bosco (Bibirria di Agrigento), infatti, oltre alla suggestiva ed imponente coralità, strutturazione compositiva legata a schemi scultorei classici che ripete in altre opere (vedi anche il monumento ai Marinai d’Italia installato a Porto Empedocle), fa suoi i principi salesiani della solidarietà, del rifuggire il male e praticare il bene, e ribadisce l’invito di Don Bosco ad operare in modo che “…i giovani si accorgano di essere amati “…L’indifferenza…il peggiore male del mondo. Monumento a Don Bosco
Indubbiamente…l’uomo veniva prima dell’artista. Nino Contino era convinto assertore della necessità di esternare un sentimento o un’emozione e per tale motivo cercava di coinvolgere i suoi alunni, gli amici ed il pubblico in genere, invitandoli a GUARDARE e non solo a VEDERE, con il fine di suscitare momenti di introspezione e di approfondimento, creando un confronto al quale non si è mai sottratto. Restano le sue innumerevoli opere, i suoi bozzetti, i provini ed i progetti e l’immutato affetto di chi ha avuto il piacere di conoscerlo. Resta anche una particolare testimonianza, il calzare, complemento della statua di Empedocle a suo tempo trafugato da ignoti e poi fatto ritrovare, che la Soprintendenza alle Antichità di Agrigento ha affidato in custodia alla famiglia, allegoria della sua presenza. ------------------------ La scorsa estate 2008, nell’ambito di CULTURARTE, presso il sito archeologico di Villa Romana (Realmonte) è stata celebrata la figura del maestro, a cura del dott. Filippo Sciacca e del maestro Carmelo Presti. Nel corso della serata è stata consegnata a Mika di Montereale, pittrice e moglie del maestro scomparso, una targa in ricordo. La moglie dell'artista alla premiazione di Culturarte 2008 Sono in progetto il catalogo generale ragionato delle opere del maestro Nino Contino ed una mostra antologica.
carmelo presti
3/19/2009 Tecnica teatrale in pillole: IL TENORE IN FALSETTO, Opera, vezzi e malvezziE' ovvio che il Canto lirico si studi. Non parlo dello spartito che, è naturale, si deve studiare, altrimenti si canterebbe ad orecchio e non sarebbe un canto professionale, ma solo una banale imitazione di suoni [anche se dicono che alcuni cantanti, fra cui, in particolare, due celebri tenori del passato (non faccio nomi, ma questo si dice e questo riferisco) non conoscessero una nota scritta!], ma della TECNICA VOCALE, ovvero di quella materia che insegni al/alla cantante ad emettere i suoni correttamente, secondo canoni più o meno codificati, che variano non solo da insegnante ad insegnante e da scuola a scuola, ma anche da nazione a nazione. In Italia, la tecnica di emissione dei suoni è assai variabile: varia da insegnante ad insegnante e da scuola a scuola e nessuno ha mai codificato realmente (alcuni ci hanno provato pubblicando manuali, che restano soltanto teoria) il "sistema" di corretta emissione che serva a cantare l'Opera italiana, che ha un excursus di tempo assai ampio: dal barocco ai nostri giorni. Perché nessuno l'ha fatto? Perché nessuno avrebbe potuto, nè potrà mai farlo! Mi spiego meglio. Fermo restando il meccanismo del muscolo trapezioidale sotto l'ombelico, che aiuta a governare il diaframma, il quale ha il compito di sostenere l'aria inspirata nei polmoni in quantità superiore al normale, poiché, respirando col diaframma, con il graduale esercizio, si allargano le cosiddette costole fluttuanti, che consentono una maggiore "scorta" di ossigeno, ciò che è il meccanismo laringe-corde e, sopratutto, palato molle e "maschera" (ovvero le cavità del teschio, usate come risuonatori, ma soprattutto la muscolatura facciale), non può, ripeto NON PUO' essere codificata. Perché? Perché ciascuno di noi ha una propria conformazione del teschio e della muscolatura facciale e, quindi, ciò che vale per uno/a, può non valere per l'altro/a. Invece (si dirà) i francesi, o i tedeschi, o i coreani hanno conformazioni tutte uguali e codificabili? Ovviamente no! neanche loro: nel loro insegnamento tecnico s'insinua però o la tradizione, seguita quale culto (per i francesi, per esempio); o, nel caso dei tedeschi, la necessità di ottenere suoni particolari, adatti al loro repertorio; o, nel caso dei coreani o degli orientali in genere, la fortuna di avere una maschera ossea con gli zigomi alti, il viso largo, il setto nasale altrettanto largo , grandi risuonatori: ecco perché i coreani sono spesso molto più bravi di altri: non perché la loro scuola sia migliore, ma perché la loro razza consente loro dei privilegi che noi non possediamo. Per tornare a noi italiani, caucasici di razza bianca, i nostri visi hanno le conformazioni più diverse, i nostri nasi altrettanto...Come si può spiegare ad un aspirante cantante lirico cosa deve fare, se non dandogli indicazioni basilari, ma generiche? Sono solo generiche, è vero, ma BASILARI e, quindi, da rispettare. Si impiegano anni, prima di comprendere tutti i meccanismi d'inspirazione e di espirazione volta all'emissione di un suono che sia una nota musicale, proprio perché si lavora sempre e solo su se stessi. Questo lascia, ovviamente, grande libertà al singolo, ma non può prescindere dai suddetti obbligatori passaggi d'insegnamento (come posizionare le labbra, come la lingua, come i muscoli del viso), che vanno seguiti. Solo dopo molto duro lavoro, finalmente, il cantante normo-dotato raggiungerà la padronanza di un suono correttamente emesso e, quindi, "girato", dotato di volume, armonici e quant'altro. Adesso, prendiamo un esempio di tenore immortalato dalla storia del teatro ed idolatrato dalle folle: Giuseppe Di Stefano. Anch'egli, come tutti i suoi colleghi, non era esente da vezzi e malvezzi. Ci troviamo negli anni '50 del secolo scorso. Erano gli anni dell'entusiasmo per la lirica. I Compositori più illustri, tra cui Puccini, non erano morti che da relativamente poco e tutto il mondo musicale era pervaso dall'entusiasmo per questo genere di musica. Ecco, quindi, che si affacciavano sulla scena volti e voci "nuove", che, spesso, erano lanciate allo sbaraglio, facendole forti delle proprie doti naturali. In cosa consistono le "doti naturali"? Nel possedere una maschera idonea al canto, corde robuste che "tengano" nel tempo, ma, soprattutto, capacità di emissione che non vadano disperatamente cercate negli anni, ma che vengano fuori fa sé: le doti naturali dell'emissione fanno di un aspirante tenore che studi da un anno, un gran cantante, rispetto ad un altro, con doti più modeste, che studi da quattro...o giù di lì. Bene: Di Stefano era tra questi fortunati: non ha dovuto "cercare" la propria vocalità, ma se l'è trovata pressoché bella e pronta all'uso. Questo, se da un lato è un privilegio, dall'altro può rappresentare un pericolo: emissione facile può essere anche "faciloneria" nell'emissione. Non è il caso di Di Stefano, ma si deve riconoscere in lui la completa libertà di tale emissione, nei mezzi sì, ma anche nei modi. Purtroppo ci restano pochi filmati che lo riguardano, ma se andassimo a guardare attentamente qual'era la postura della sua maschera, rileveremmo certo espressioni che non corrispondono a quei pochi canoni che s'insegnano nelle scuole e che io ritengo, come ho detto sopra, "basilari" Sbagliava a fare così? Sbagliava nella misura in cui si dia importanza alle nozioni basilari (come faccio io, per esempio). Ma, per altri che la pensino diversamente da me, non sbagliava, perché anch'egli aveva studiato se stesso e, avvezzo ai trionfi, si poteva arrogare il diritto d'infischiarsene di qualsiasi canone e di cantare tecnicamente "a modo suo". Questo "modo suo" era fatto anche di una buona dose di scaltrezza, essendo egli capace, per esempio, di compensare molto abilmente, a volte, i piano e soprattutto i pianissimo, mollando la maschera nel suo complesso e "flautando" il fiato dalla bocca con l'aiuto del palato molle, creando così quel "falsettone" di cui sopra, che veniva e viene scambiato facilmente per virtuosismo del pianissimo corretto ed in maschera. Bravo! Bravo ad imitare ciò che avrebbe dovuto (ed avrebbe saputo: ne aveva le qualità) fare. Davvero, non c'è che dire: il pianissimo in maschera, per i tenori, è quanto di più difficile si possa ottenere e quasi tutti ricorrono a tali "trucchi: ho ascoltato in vita mia solo pochissimi che fossero capaci di "tenere" i piano ed i pianissimo "agganciati" in maschera. Tra costoro era Pavarotti...che faceva il furbo anche lui, però, usando il falsetto per non rischiare qualche pianissimo pericoloso...Tanto era standing ovation ugualmente :-) Altrettanto, quindi, Di Stefano e, come lui, molti altri, fino ai nostri giorni. Nel suo caso, in particolare, però, alle doti naturali e di studio su se stesso (e, quindi, sempre a mio avviso, sull'anarchia che regnava nella sua tecnica) s'univa il temperamento: date un gran temperamento ad una voce "piccola" e sarà grande. Figuriamoci se la voce è già, di propria natura "grande"! Trionfi su trionfi. Questo "modo" di cantare, tipicamente italiano, tutto cuore (che fa rima con amore), tutto passione (che fa rima con ovazione) piacque moltissimo ai suoi tempi ed ancora oggi piace. Non mi permetto di criticare, quindi, i motivi personali per cui la voce di Di Stefano possa piacere svisceratamente, ma, per quanto riguarda i miei gusti, non posso che dissociarmi da tanta ammirazione, pur riconoscendo in lui una grandezza fatta di ragguardevole musicalità e di potente temperamento. Ritornando al tema del presente articolo...Ahimé...Averne, oggi, di vezzi e malvezzi così!
Inserita il 18 - 03 - 09
Fonte: Natalia Di Bartolo
3/5/2009 Una FICTION BIOGRAFICA di successo? ISTRUZIONI PER L'USOTirar fuori dalla storia personaggi antichi e moderni e porgerli al grande pubblico degli spettatori a casa è sempre stata la “passione” di molti sceneggiatori e registi, i quali hanno spesso legato il proprio nome a produzioni televisive definibili addirittura “leggendarie”, come, per esempio, “Le mie prigioni”, dal romanzo di Silvio Pellico, per la regia di Sandro Bolchi, RAI, primi anni sessanta, che resiste ancora oggi, negli occhi cerulei e trasognati di Raoul Grassilli e nella maschia bellezza di un Paolo Carlini che ci ha lasciati troppo presto, al tempo, alle mode, al digitale ed a tutte le diavolerie che da allora hanno invaso i set di quelli che per molto tempo sono stati chiamati “sceneggiati televisivi” e che adesso, per la solita esterofilia che contraddistingue lo spettatore “trendy” (appunto!), vengono denominati “fiction”. La parola “fiction” si presta ben più di “sceneggiato” ad un'assonanza con “finzione”; il che non è detto che sia producente per lo spettacolo che venga ammannito al telespettatore “medio” della prima serata, che, magari, stanco dal lavoro, sprofonda nel divano preferito e si dà anima e corpo al piccolo schermo. Porgere, allora, a costui una “fiction” di qualità ? Non ne vale la pena, pensano probabilmente i produttori: con le sit-com (ecco, l'anglismo ritorna inesorabile!), magari, per distrarsi un tantino senza troppo impegno, ci siamo: leggerine, divertenti, un po' sconclusionate, “codificate”, quasi, nei propri canoni (il prete, la prof, il nonno, etc. etc.), godono spesso della presenza di celebri attori che hanno la capacità Houdinesca di riciclarsi senza rispettare date di scadenza alcuna. In tal caso, il telespettatore sorride, si rilassa, ringrazia e, soprattutto, sonnecchia. Se, invece, detto spettatore “spaparanzato” sul divano, che divide con moglie, figlio/i e, magari, gatto di casa, “toppa” (e ci risiamo!) con una fiction di matrice drammatica, il discorso cambia. Può non cambiare granché, quando si tratti di argomenti inventati e romanzati, che, in fondo, con le loro serie e ritorni (I, II, il riscatto, la vendetta, etc., etc....Ora, ahimè, è di moda anche al cinema, con prequel, sequel, e quant'altro...mi arrendo, ormai, dal sottolineare ulteriormente quanto inutile pare sia stato da parte del grande Alessandro “risciacquare” i romanzeschi “panni in Arno” e proseguo su questa linea), con puntate innumerevoli ed altrettanto innumerevoli ed improbabili personaggi ed intrecci, costituiscono anche un ottimo ed abbondante sonnifero, innocuo e talvolta utile a taluni membri della famiglia (gatto incluso); cambia tutto radicalmente, invece, se il protagonista della fiction in questione sia realmente esistito. Spiegare perché il discorso cambi non è così semplice come possa apparire a prima vista: chi non ami le lacrime d'immancabile commozione, oppure, chi non trovi proprio nulla per commuoversi come adori fare in tali occasioni, oppure ancora chi decisamente detesti in toto il genere "fiction" ha sempre il telecomando per cambiare canale: questo è vero. Cosa può rendere, allora, così diverso dal solito l'impatto del pubblico, che, con lo sceneggiato biografico, si presenta davanti al video in quantità numerica impressionante? Il fatto che, oltre che cambiare il “genere” di spettacolo, cambi, o, meglio, "si aggiunga" anche “tipo” di spettatore. Se è pur vero che il lavoratore stanco è probabile che si addormenti ugualmente, insieme a moglie, figli e gatto di casa, è anche vero che facciano capolino davanti al video, alla fine del Tg1 delle h. 20.00 e di ciò che inevitabilmente lo segue, tanti occhietti, che di solito non guardano le fiction, né le sit-com, né le drammatiche, ma preferiscono i film o i documentari o altre produzioni, se non addirittura lo stereo di casa ed i propri cd. Chiedersi perché tanti occhietti vispi e molto attenti si piazzino davanti al video è spontaneo, ma la risposta è altrettanto spontanea: amano le storie con un fondo di verità. Attenzione: non le storie “vere”, ma, ripeto, quelle che abbiano un “fondo” di quella verità storica che i ricercatori, invece, professano quale scienza tra libri e documenti di polverosi, affascinantissimi archivi e biblioteche varie. Assodato che i “veridici” siano già col naso sul teleschermo, riflettiamo sul fatto che perfino gli studiosi ed i ricercatori non siano indenni da curiosità di tipo televisivo. Ed eccoli, allora, presenti anch'essi, insieme ai lavoratori stanchi ed agli appassionati delle storie più o meno “vere”: ecco gli studiosi che si piazzano davanti al video ed attendono al varco lo snodarsi della vicenda; non hanno bisogno di taccuino alcuno: i loro appunti li hanno tutti a memoria e ci hanno lavorato tanto e con tanto amore, che sono diventati parte delle loro sinapsi, con gran conforto della materia grigia che di tali appunti si nutre e vegeta rigogliosa. E cosa si ritrova davanti lo studioso (il quale non è detto non abbia anch'egli accanto moglie, figli e gatto)? Innanzitutto, spesso e volentieri, uno sceneggiato in costume, in un'ambientazione che può già da sé provocare dissensi, specie se si riconoscano i luoghi dove si girano le scene, nonché si evidenzino agli occhi esperti eventuali imprecisioni scenografiche, costumistiche e chi più ne ha, più ne metta. Ma ciò che è posto al vaglio da costui, al primo posto e con una precisione matematica ed inflessibile, è la veridicità della vicenda storica, che deve essere trattata in ogni sfaccettatura e da ogni punto di vista: guai a tralasciare qualcosa; se poi si tratti di un musicista, apriti cielo se venga tralasciata una sola sua nota! E se questo, quasi inevitabilmente, succede, ecco, allora, venir fuori i dissensi più clamorosi: "Il protagonista della vicenda è realmente esistito! Come si può rendere marginale la sua produzione e/o addirittura “cambiare” la storia?" si chiedono e chiedono indignati gli studiosi. Per provare a dare una risposta, iniziando dalla mancata espressione della produzione artistica del soggetto musicista, questa, di solito, sta troppo in alto, rispetto allo sceneggiato, e ritengo sia segno di buon senso da parte degli autori "marginalizzarla”: il loro lavoro si accartoccerebbe miseramente sotto le prime tre o quattro note di tanta Arte! Meglio commissionare e far comporre una bella colonna sonora, nella quale inserire opportunamente "qualche" brano originale del protagonista. Mani avanti: è sempre meglio! E già lo studioso si torce le sue, di mani...E allora, la storia? E qui sta il punto nodale. Essa, purtroppo, è vero, viene cambiata, a volte: imprecisioni, errori di date, situazioni inventate, “discronie” nella vicenda, personaggi inesistenti o mal inseriti sono solo alcune delle “perle” che gli studiosi-telespettatori inghiottono malvolentieri, come la perla nel calice avvelenato della regina Gertrude in “Amleto”. Eppure sono curiosi e, per la maggior parte, le inghiottono proprio tutte, per vedere “come va a finire”. E, di solito, va a finire più o meno come finì nella realtà, con la morte del protagonista, porta in maniera più o meno “soft”, concludendo una storia cominciata appena due ore prima: davvero poco per "contenere" la vita di un genio! Ed ecco, allora, illustri e meno illustri voci stentoree che si levano alte, lanciando anatemi a questo ed a quello e decretando la fine conclamata della televisione di qualità, perchè non si tratta in tal modo materia così nobile e, soprattutto, reale. Magari li si critica per la loro "ipercritica", ma, riflettendoci, cosa sta in mezzo, tra l'inizio e la fine dello sceneggiato? Un'intera vita, una vita vera, che è stata vissuta...e quindi può anche apparire legittimo che possa dare fastidio vederla alterata per sciatteria o per blandire il telespettatore di bocca buona, che, senza saperlo, si accontenta. Dove sta il punto, allora? E' davvero impossibile accontentare tutti? E' inevitabile che qualcuno resti scontento? Io credo che sia pressoché inevitabile. A meno di casi come quello del Pellico, citato all'inizio. Come hanno fatto, quasi cinquanta anni fa, a creare uno sceneggiato televisivo che ancora oggi possa essere gradito a tutti e possa “reggere” ardui confronti? Che misterioso ingrediente si cela in quella sceneggiatura, in quella regia, nella recitazione di quegli attori e quant'altro? “Semplicemente” una capacità di scelta dell'"indispensabile vero" e l'uso che se ne faccia. Quale sarebbe tale "indispensabile vero"? Il “romanzato” (da un romanzo, oltretutto)? Troppo fasullo per tutti. La via di mezzo? Complicherebbe la vita ai desiderosi di riposare, ma scontenterebbe ugualmente i veridici e la “nicchia” degli studiosi. Tutto vero il più possibile? Trecentosedici puntate di tre ore ciascuna, tre volte al giorno, prima e dopo i pasti...Chi resisterebbe a vederle tutte? Neanche gli studiosi più eroici. Insomma, ragionando in questi termini, pare proprio che non ci sia una soluzione. E allora, questo Silvio Pellico? Miracolo? No, solo la giusta, rara “ispirazione” che porti gli autori alla scelta azzeccata di ciò che possa reputarsi correttamente il suddetto “indispensabile vero”: le colonne portanti della realtà di una vita. Difficile azzeccarle, ma quando ci si riesce, il più è compiuto. E l'uso che se ne faccia? Abilissimo “mestiere”! Tanto di quel mestiere ben fatto che, distratti dall'emozione precedente, gli studiosi passino sopra a qualche “taglio” un po' azzardato; tanta capacità registica ed interpretativa (che sconfina davvero nell'ispirazione artistica), che i “commovibili” del veritiero possano piangere a volontà e non si accorgano di qualche strafalcione seguente (inserito apposta per far filare meglio la trama: giusto una di quelle due o tre parole che gli studiosi non si ricordino il protagonista aver pronunciato); tanta di quella abilità, da far comprendere al sonnecchiante cosa si stia perdendo, se si addormenti col gatto in braccio, e gli tengano gli occhi ben aperti con immagini e suoni inconsueti alle sit-com; il che, alla fine, gli possa far dire: “Mamma mia, stasera mi sono fatto una cultura!” Conclusione? Tutti contenti e, come fece dire il grande Peppino Verdi al suo Falstaff: “Tutti gabbati!”. E dunque, anche in un caso di cotanta corale unanimità ci dovremmo davvero arrabbiare? Ma no! Stiamo semplicemente al gioco, perché, nello spettacolo, solo di un “gioco” si tratta: la vita vera, quella di chiunque, è tutta un'altra cosa.
Inserita il 04 - 03 - 09
Fonte: Natalia Di Bartolo
3/3/2009 ALESSIO BONI: il coraggio di interpretare GIACOMO PUCCININon è mai facile da parte di un attore interpretare un personaggio realmente esistito: è questo il caso anche della figura complessa e sfaccettata, eppure caratterialmente un po' schematizzata dalla tradizione, del grande musicista Giacomo Puccini (1858-1924) L'attore Alessio Boni (nella foto) si è cimentato, così, coraggiosamente, nel ruolo del genio lucchese in una miniserie in due puntate (andata in onda con grande successo su Rai Uno giorno 1 e 2 marzo 2009), reduce dal trionfo di “Guerra e pace” prima e dal suo personalissimo successo con il “Caravaggio” poi, sia pure con alcuni critici divisi sulla qualità e sull'integrità della “vera” storia del grande Merisi, ma tutti concordi positivamente riguardo all'interpretazione del protagonista. Chi scrive ha molto gradito quello sceneggiato proprio per la vera e propria “scoperta” di un attore che si calava nei panni del Caravaggio anima e corpo, senza remore, con un'intensità che da molto tempo non era data vedere sul piccolo schermo. Egli stesso, spesso intervistato proprio in televisione, teneva a sottolineare con quanta umiltà si era accostato ad un genio come il Merisi, studiando e documentandosi, fino ad identificarsi completamente con lui. Ed il risultato si è visto: è stato da brivido. Si lascino da parte le incongruenze storiche, le vere o presunte tendenze omosessuali del personaggio protagonista, le figure iconiche che servivano più a “far quadrare il racconto” quale filo conduttore: lì il Boni spiccava come un vero, grande talento. Altrettanto si è sperato, quindi, nell'attendere il suo “Puccini”. Ed il risultato è stato bissato. L'interpretazione di Alessio Boni è da considerarsi ancora eccellente, prestando una particolare attenzione all'aspetto psicologico del maestro lucchese, anche per mano del regista Giorgio Capitani, che ha affermato il mettere in scena la vita di Puccini essere “Un sogno che si realizza.” “Ero incantato dalla sua musica -sottolinea il regista- è quasi incredibile scoprire che un uomo così straordinario fosse anche così insicuro". Alessio Boni, attore di preparazione seria e partecipe, mai superficiale, ha studiato approfonditamente con il regista la figura del grande musicista. "Puccini non era solo un grande genio – ha spiegato il Boni presentando la fiction- ma un uomo pieno di paure, di ansie ma anche dalla grande forza. Con la personalità voleva toccare il cuore della gente". Boni ha affermato di aver accettato il ruolo per “la forza, per la personalità di Puccini” e per quella “dicotomia” del suo carattere". Si è detto anche di una gran somiglianza fisica tra il Boni ed il Puccini. Ma, nel caso della figura fisica del Puccini, un precedente illustre non poteva non far capolino alla mente dei telespettatori non più giovanissimi, che serbano in cuore uno straordinario protagonista interpretato splendidamente dal mai dimenticato Alberto Lionello. Lì la somiglianza fisica era davvero impressionante. Nel caso del Boni, sia l'età, che la “stazza” gli erano contrarie. Puccini era assai robusto; l'attore non ha un fisico di complessione pucciniana. Eppure, spesso, è riuscito a rendere le posture più caratteristiche del genio, ma soprattutto è stato capace di assimilare le proprie espressioni a quelle del viso del musicista, note ai più da fotografie e rari filmati, in maniera sorprendente: ecco la maschera del grande attore, dunque, che veniva fuori a tratti, ma indelebile, nella sua concisa e netta espressione, cangiante, mobile, dal riso al pianto, dalla commozione alla gioia. Un Boni che fondeva mirabilmente Puccini con se stesso e che, a tratti, nelle scene drammatiche soprattutto, “mutava”, in una metamorfosi impressionante di profondità espressiva e di immedesimazione assoluta. "Puccini pensava -ha aggiunto il Capitani- di essere sempre in crisi di ispirazione. La sua ossessione per la morte lo ha sempre accompagnato per tutta la vita, la sua passione per le donne era un tentativo per esorcizzarla". Grazie alla collaborazione di Francesco Scardamaglia, Nicola Lusuardi e Fabio Campus, tutto ciò è stato messo in evidenza dalla sceneggiatura. Nel ricostruire la vita di Puccini, gli autori hanno scelto di dare molto spazio, nella prima puntata, a quella che definiscono “la sua ricerca d’identità”, mentre nella seconda di dà risalto al grande successo. “Non ci siamo posti – spiega lo sceneggiatore, Francesco Scardamaglia – il problema di un bilanciamento tra l’artista di successo e il giovane studente del conservatorio, piuttosto abbiamo raccontato un’identità, una scoperta artistica, un tratto di strada di un essere umano verso la sua vocazione”. Un gran lavoro, senza dubbio...Eppure, ciò che meno ha convinto chi scrive è stata la concisione del racconto, che ha condensato un'esistenza fatta di una vita privata travagliata e ricca di avvenimenti e di una pubblica costellata di trionfi e delusioni in sole due puntate di spettacolo. Impresa non facile, dunque, per i suddetti sceneggiatori, scegliere “i momenti” giusti per “raccontare” Puccini in così poco tempo. Ciò, a parere di chi scrive, ha costretto ad imprimere allo sceneggiato un andamento fin troppo “veloce”, che, probabilmente, ha nuociuto al gradimento degli “intenditori”. Gli "intenditori": ecco la vera “spina nel fianco” di uno sceneggiato come quello su Puccini: gli intenditori sanno benissimo ciò che è vero e ciò che è romanzato; gli intenditori ascoltano un Puccini che “canta” mentre compone e, sebbene non certo “abilitato” ad avere la voce impostata quale cantante lirico, di Lirica occupandosi, ritengono che, quanto meno, non avrebbe dovuto cantare così, proprio “di gola”, giusto dopo aver parlato di “diaframma” ad un' Elvira in veste canora, alla quale si mostrava impartisse vere e proprie lezioni di canto. Intenditori troppo esigenti? Forse... Ma accortezze registiche, queste, che sono mancate, purtroppo, all'appello, insieme ad un finale ad effetto riuscito solo a metà, poiché, per dar spazio all'immancabile “Nessun dorma”, universalmente conosciuto, si è fatta “fermare” la rappresentazione della prima di Turandot (perché pronunciata, poi, alla francese, “Turandò”, se la “t” finale è parte di un nome cinese?) da parte di Toscanini che la dirigeva non alla morte di Liù, come fu nella realtà, ma al “Vincerò” di universale notorietà. Quindi, ciò che Puccini non riusciva a trovare, non era il tema di “Nessun dorma”, come mostrato nello sceneggiato, ma il prosieguo dell'opera stessa, consegnata ai posteri, è vero, incompiuta, ma con un primo ed un secondo atto assolutamente completi e geniali, nonché con un'infinità di appunti che hanno dato poi al musicista Franco Alfano la possibilità di “completarla” in maniera dignitosa, così come ancora oggi viene rappresentata. Unico brivido, in questo finale volutamente non perfettamente filologico, la scelta della voce che interpretava il “Nessun dorma”: non Pavarotti, come ci si sarebbe potuto aspettare, ma Carreras, il grande Josè Carreras dei tempi d'oro. Significativa, come scelta, se rapportata alle vicissitudini gravissime di salute che il grande cantante ha dovuto affrontare ed è riuscito a superare. Il male che ha ucciso Puccini, dunque, non ce l'ha fatta con uno dei più grandi interpreti moderni della sua musica. Ma ciò significa anche che le vite umane, pure quelle dei geni, vanno e vengono, ma i capolavori da loro prodotti e da loro dispensati restano immortali. E nulla è più vero di ciò anche per quanto riguarda l'Arte di Giacomo Puccini. Una menzione speciale alla musica originale di Don Marco Frisina, che ha dovuto vedersela con una quanto meno terrificante “coordinazione” con quella originale pucciniana; ma ne è uscito a testa alta, con una colonna sonora davvero magnifica. Intenditori, nel complesso, sufficientemente soddisfatti, allora, e concordi almeno su un punto: ben vengano sceneggiati come questo: è assai probabile che molti telespettatori, soprattutto i più giovani, conoscessero il “Nessun dorma”, ma che non ne conoscessero l'autore, né che il brano appartenesse ad un'Opera, né, tanto meno, quale essa fosse. Adesso sanno e, si spera, difficilmente dimenticheranno. Dunque, se anche un'imprecisione filologica può trasformarsi in opera di diffusione culturale, in questo caso gli intenditori apprezzano e ringraziano.
Inserita il 03 - 03 - 09
Fonte: Natalia Di Bartolo
2/8/2009 MASCHERE, essenza del Teatro. A. Jurissevich: 'Menandro e le maschere di Lipari' Ho il piacere di pubblicare in questo mio spazio
un estratto dallo scritto "Menandro e le maschere di Lipari" di Adriano
Jurissevich, attore, regista, scrittore, traduttore, fondatore di
"VeneziaInscena", esperto di commedia dell'arte:
------------- "La maschera è quell’artificio che istantaneamente dichiara: Teatro. Le maschere possono essere molto diverse di forma e di spirito, ma ogni maschera teatrale valida e bella ha in comune con le altre, la capacità di ritrasmettere la profondità dell’essenza umana. (...)Portando il testo al di sopra del quotidiano, essa filtra l’essenziale ed elimina l’aneddoto (Jacques Le Coq, , in: Maschera e mascheramenti-I Sartori tra Arte e Teatro, a cura di Donato Sartori e Paola Pizzi - Il Poligrafo,PD, febbraio 1996, pp.51/53) La maschera rivela il vuoto dell’attore. Non mi riferisco a quella positiva idea strumentale di vuoto come disponibilità assoluta, “far vuoto di sé” per far “entrare”, il personaggio, bensì, più concretamente, il vuoto di pensiero del personaggio. Se l’attore-personaggio non sta pensando la cosa giusta, la maschera se ne accorge. E' necessaria una connessione precisa tra pensiero, e movimento della maschera, tra sensazioni ed emozioni del personaggio-maschera e attitudini corporee. La maschera necessita di una comprensione sia mentale che fisica. L'attore che porta la maschera deve essere intelligente sia sul piano razionale-analitico, come capacità di scavare i sensi del testo, i vari livelli semantici, sia di avere un corpo intelligente che questi sensi digerisce in sé e ritrasmette in un tutt'uno significativo. La natura scultorea della maschera fa del corpo dell’attore un “monumento” e costringe a un gioco “monumentale” e dunque, come ogni monumento, “mortuario” secondo il detto di J.Lacan “tous les monuments sont mortuaires”. Nella tensione che si sviluppa tra fissità e cambio, tra staticità e movimento, si insinua un senso di mistero e di disagio che costituisce poi il fascino della maschera, una sorta di attrazione fatale. La maschera è rappresentazione di morte e metafora divina che per rivelarsi ha bisogno dell’uomo,l’attore. Il percorso. Cominciai a conoscere in modo più preciso ed approfondito le maschere di Lipari nel momento in cui fui invitato dal Dr. Williams a partecipare al progetto “New Comedy in performance: Menandro riscoperto” in virtù della mia esperienza pratica di uso della maschera e di conoscenza dei meccanismi di Commedia. Su questa si è basato il lavoro di indagine e su questo si appoggiano le mie riflessioni. Incontrare una maschera nuova, e ancor più, mai vista, se non per caso in qualche foto osservata distrattamente, è sempre un’ esperienza forte. Ti si para innanzi un qualcosa che chiede, che ti sfida, vive ma che ha bisogno di te per vivere…e la primissima reazione è di diffidenza: funzionerà?, non funzionerà? Ha un senso reale e profondo o è solo superficie? Quanta fatica richiede? Dove sta il suo segreto? Ed è alla scoperta di questo segreto che si parte, indagando il funzionamento, le modalità d’uso, l’attorialità necessaria, il linguaggio della maschera. Non si può poi prescindere da un inquadramento nello stile di un genere e di un epoca, nonché dalla ricerca della sua carica universale e atemporale e chiedersi se questa persiste nell’oggi. Capire una maschera e svelarne la vita intrinseca significa attivare un’indagine che consiste nel dedurre da forme (linee, accenti, proporzioni, colori), da visioni e suggestioni (fisiognomiche, zoomorfiche, materiche), da ritmi interni e modo di cogliere la luce , il corpo della maschera e la natura del personaggio che la indossa, con tutte le sue caratteristiche: dimensioni, posture, tensioni e dinamiche, pesi, equilibri, mentalità, voce, comportamenti, tic, ecc…secondo una concezione organica dei nessi anima (pensiero, sentimenti, emozioni) –corpo e l’assunzione di questa nel lavoro dell’attore. Successivamente ci si confronta con la parola, dopo esser passati per suoni, timbri, altezze e semplici articolazioni. Poco a poco, per esclusioni e affermazioni, errori e conferme, si arriva a trovare la “forma” migliore, in cui ogni maschera possa esprimere tutta la sua potenzialità. Questo è il percorso da noi seguito nel lavoro con le maschere di Lipari, in momenti successivi di ricerca, con allievi attori e con professionisti della maschera. Una volta soddisfatti per il risultato raggiunto su ogni singola maschera, si trattava di vederne il funzionamento in relazioni gerarchiche ed energetiche, sia alle altre maschere, che allo spazio d’azione. C’è un aspetto particolare di questa esperienza che ci ha intensamente stimolato ed ha richiesto tentativi vari ed aggiustamenti e di un lungo confronto di idee tra me, il dr. Williams e Malcom Knight: la singolarità dell’incontro tra queste maschere e la parola di Menandro. La maschera, nelle sue dimensioni, colori e forme, nella sua fissità, nella sua emanazione magica extraumana ed extra quotidiana, dovrebbe, di primo avviso, collidere con un linguaggio quotidiano,2 familiare, borghese quale è la lingua di Menandro. Come far sì che gli opposti non si elidessero, ma si fecondassero per dare vita ad altro? Questa è la risposta, partorita dopo non poco lavoro:1valorizzando la maschera, valorizzando il testo, alla pari. Sostenere il testo con cura, non buttarlo via (perché quotidiano), dar rilievo ad ogni pensiero, ad ogni sfumatura, dargli respiro, impedisce alla maschera di essere risucchiata nella sua fissità; la maschera al contempo (portata con cognizione, rigore e pulizia) “innalza” in ambito universale (transculturale e nell’ambito del profondo, quindi una espansione sia centrifuga che centripeta) quelle storie private e familiari che, altrimenti, rischierebbero di risultare puramente aneddotiche. Trovo sostegno a queste considerazioni nel concetto aristotelico di "poiesis", per cui è poesia solo ciò che compie un'imitazione della natura, a condizione che l'imitazione non riproduca individui singoli storicamente esistiti o situazioni realmente avvenute, bensì individui e circostanze che, pur avendo un nome proprio, appartengono alla sfera della possibilità e rappresentano un universale. Dal cap. 9 della Poetica di Aristotele: "Da quanto detto risulta anche evidente che compito del poeta è narrare non i fatti accaduti, ma quelli che potrebbero accadere e le cose possibili secondo verosimiglianza o necessità. Lo storico e il poeta, infatti, non si differenziano tra loro perché si esprimono in versi o in prosa (si potrebbe infatti mettere in versi l'opera di Erodoto e non meno si tratterebbe di storia, con verso e senza versi); al contrario si differenziano in quanto l'uno narra fatti accaduti, l'altro quelli che potrebbero accadere. Perciò la poesia è materia più filosofica ed elevata della storia: la poesia infatti tratta specialmente l'universale, la storia il particolare. E' universale che a una certa persona accada di dire o fare, secondo verosimiglianza o necessità, un certo tipo di cose: a questo fine mira la poesia imponendo nomi personaggi>. E' particolare invece ciò che Alcibiade fece o che cosa subì. Nella commedia, dunque, questo è ormai divenuto chiaro. Dopo aver composto il racconto mediante personaggi verosimili, i commediografi così impongono nomi casuali e non lavorano, come i giambografi, su una persona specifica" (traduzione di .A. Barabino). Al di là delle necessità pratiche della maschera per la distribuzione delle parti con un numero limitato di attori, si può ipotizzare una ragione forte per la permanenza dell’uso della maschera nel teatro ellenistico e poi per secoli ancora a Roma: la sua funzionalità teatrale, espressiva e drammaturgica. Ci si può quindi spingere ad affermare che la presenza della maschera insiste direttamente sulla materia drammaturgica di Menandro che sapeva, al momento della scrittura, che i suoi testi venivano rappresentati in maschera. C’è chi, ancora oggi, nel criticare un testo teatrale si ferma alla sola analisi letteraria e chi interpreta la permanenza dell’uso della maschera in Menandro come semplice resistenza della tradizione o semplice funzionalità meccanica (maschera: strumento per ampliare voce ed azione). Limitarsi a queste spiegazioni mi pare deleterio, oltre che controproducente, perché da ciò derivano certi goffi tentativi di fare i classici in maschera, in cui poi questa viene vissuta come orpello fastidioso. Una maschera va avvicinata con cura e cognizione, va amata e capita, altrimenti ti uccide e la uccidi. Mi è capitato ancor recentemente, in un convegno, di sentir affermare (e so che c’è tutta una scuola di pensiero che lo sostiene), che la recitazione antica era pura e semplice declamazione, ovvero modulazioni del “tono della voce” e che costumi, eventuali coturni e mascheroni servivano esclusivamente a rendere l’attore più ieratico e visibile, in una situazione di sostanziale fissità. Forse, ma quale fissità?, una fissità di arrivo? Di partenza? Di apice? O piuttosto una fissità cangiante di mille sfumature? Le miniature di Lipari mostrano (a conclusione del lavoro intrapreso dal Dr. Williams, da Malcom Knight e da me, allievi ed attori) grande varietà, raffinatezza e soprattutto, al momento del loro uso scenico a seguito delle riproduzioni fatte, una espressività non bloccata, ma mossa da mille microavvenimenti, viva e cangiante, quindi teatrale. C’è da chiedersi inoltre: perché una cultura così raffinata e articolata in tutte le sue espressioni non dovrebbe avere sviluppato complessità e raffinatezza anche nell’arte della recitazione? Trovo sostegno a questo interrogativo nella lettura che Elisabetta Matelli fa di un frammento di Terofrasto, il primo tra i Greci ad aver composto un trattato sulla recitazione e maestro di Menandro. Negli articoli Il tono dell’anima in Teofrasto. Una nuova lettura del frammento FHS&G 712 sulla hypokrisis, "Aevum" 73 (1999), pp. 53-73, e L’importanza del “tono dell’anima” nel trattato sulla recitazione di Teofrasto "Aevum" 1/2004, pp. 129-141, restituendo la lezione manoscritta 'tonos tes psyches' al testo di Atanasio (Prolegomena in Hermogenis Artem in U. RABE, Rhetores Graeci XIV , Lipsiae 193, p. 177, 38) spiega questa difficile nozione alla luce della complessa teoria sulle emozioni di Teofrasto, mostrando che i contenuti di tale trattato non potevano essere limitati a una prima raccolta di norme tecniche sul tono della voce, le direzioni dello sguardo e i movimenti del corpo durante una recitazione. Teofrasto richiedeva all'attore una "intelligenza globale" al tempo stesso di sé, del carattere che deve esprimere con la recitazione, e delle percezioni del pubblico. Il tono dell'anima è dato dalla passione, la quale è a sua volta originata da movimenti fisici e da movimenti fisici viene manifestato: quando un attore (o un oratore) deve esprimere una passione, deve compiere la mimesi di un fenomeno naturale, cioè assumere la corrispondente tensione dell'anima che determinerà tutti i suoi movimenti fisici. Operazione assai difficile, che richiede "intelligenza" a chi recita, anzi "un'intera scienza" ma, soprattutto, l'entusiasmo capace di generare tale empatia. La maschera rivela(va) e costringe(va) a tale scienza, ovvero a tale arte, secondo le parole di J. Lecoq “Il gioco della maschera non è una scienza esatta, bensì un’arte esatta[…]geometria al servizio dell’emozione (Jacques Le Coq.)" -------------------- Le interessantissime considerazioni di Adriano Jurissevich sulla maschera in Menandro, coinvolgono, in realtà tutto il mondo delle maschere: in ogni epoca e luogo e di qualsiasi materiale vengano costruite, per qualsiaisi motivo ed in qualsiasi modo vengano usate. La "simbiosi", quindi, che si crea tra maschera ed attore fa rilevare allo spettatore di teatro, abituato, di solito, ad intendere la maschera come un travestimento o una "copertura" del volto, sia pure a scopi artistici, che essa sia davvero qualcosa di vivo e che solo dopo averla studiata a fondo ed averne compreso la valenza espressiva, teatrale ed umana si sia capaci di servirsene correttamente al momento della recitazione. Guardando, quindi, la questione dal punto di vista non più dell'attore, ma del pubblico, non si sottovaluti mai la presenza di una maschera in scena: essa è l'anima dell'attore che la indossa e che, quindi, diventa con lui un tutt'uno umano e, in un certo senso, anche soprannaturale. Nell'estate prossima 2009, così, con un importante Seminario, che avrà luogo all'interno del Festival Internazionale del Teatro di Volterra 2009, Direttore Artistico Simone Domenico Migliorini, s'incontreranno la recitazione ad altissimo livello, con le maschere utilizzate ad altrettanto altissimo livello, in un ensemble che sicuramente produrrà frutti di rilevante importanza. Adriano Iurissevich è Attore, regista, traduttore ed insegnante in Italia, Francia, Spagna, Inghilterra, Israele. Attore con Benno Besson (L'amore delle tre melarance, Il cerchio di gesso del Caucaso), Peter Greenaway (I figli dell'Uranio), Jose Sanchis Sinisterra (Il lettore a Ore), Giampiero Solari (La Mandragola), il Gran Teatro di Carlo Cecchi, la compagnia Telemaco (Madrid), la Gaslit Theatre Company (Londra) l'Habamah Theatre di Gerusalemme, il Tag di Venezia e in Cinema e Televisione. Insegna per importanti università e scuole europee (Institut del Teatre de Barcelona, Royal Scottish Academy of Music and Drama, ENSATT de Lyon, Habimah National Theatre of Tel Aviv, Real Escuela de Arte Dramatico de Madrid...)e in varie occasioni a "Prima del Teatro"- scuola europea per l'arte dell'attore. Fonda e dirige " Venezia Inscena - Centro di formazione e produzione teatrale" e nel 2007 la "Casa della Commedia", centro di studio e produzione di Commedia dell'Arte. Non disdegna delle escursioni nel teatro contemporaneo, ma la sua specialità è la Commedia dell'Arte che insegna e pratica ormai da più di venti anni. Da dodici dirige un importante laboratorio internazionale di Commedia dell'Arte che ogni anno richiama a Venezia decine di studenti italiani e stranieri e da due il "Centro Internazionale della maschera". Traduce e pubblica testi di Jose Sanchis Sinisterra e Juan Mayorga, autori spagnoli contemporanei. Il connubio tra Volterra e Venezia, quindi, luogo in cui tali considerazioni, studi ed applicazioni sulla maschera hanno avuto inizio, come sopra accennato, per opera proprio di Adriano Jurissevich, che si attuerà nell'estate 2009 nella sede del teatro romano, pertinente e suggestiva, ha tutti i numeri per diventare un appuntamento didattico e teatrale fisso, annuale, di carattere europeo.
Fonte: Natalia Di Bartolo
2/7/2009 Jazz a Realmonte (AG): l'inizio di una buona "abitudine" Successo per un "manipolo" di affiatiati e fantasiosi musicisti jazz nell'esclusivo Jazz Club "Giardino di Baìa" al Lido Rossello di Realmonte (AG): si è aperta il 6 febbraio 2008, con una serata tutta all'insegna della buona musica, la prima manifestazione-evento della "Jazz School Session 2009", organizzata dal batterista e compositore Mimmo Cafiero e dalla cantante e docente Loredana Spata, con la collaborazione della scuola "Musica insieme" di Palermo. Il gruppo di giovani musicisti, capeggiati da un Mimmo Cafiero sempre abile "manipolatore" del pentagramma, più tastierista che batterista, per l'occasione, ha dato vita ad un'intensa espressione di quella musica che fa dell'invenzione (apparente, in realtà) e dell'improvvisazione "pilotata", il proprio punto di forza. Le armonie e le melodie dei brani originali sono state sviscerate nella più completa libertà di scelta di tempi e ritmi, mettendo in pratica ciò che tali serate hanno intenzione di essere: una vera e propria "scuola", un banco di prova per i numerosi giovani jazzisti (fra cui, nell'arco della serata del 6 febbraio, hanno spiccato per entusiasmo e partecipazione la sassofonista Carla Restivo ed il più maturo ed esperiente bassista Igor Ciotta) e, nello stesso tempo, un piacevole e coinvolgente intrattenimento per il pubblico che affolla il locale di Realmonte. I Concerti della Jazz School Session proseguiranno, nei mesi venturi, con manifestazioni analoghe, che avranno luogo sempre al Jazz Club Giardino di Baìa, ogni primo venerdi del mese. Appuntamento, dunque, venerdi 6 marzo p.v, di nuovo con il grande jazz a Realmonte. Natalia Di Bartolo 2/2/2009 Al via la JAZZ SCHOOL SESSION 2009 a Realmonte (AG) La JAZZ SCHOOL SESSION 2009, organizzata dal
batterista e compositore Mimmo Cafiero e dalla cantante e docente
Loredana Spata, con la collaborazione della Scuola Musica Insieme di
Palermo, si apre venerdi 6 febbraio al "Giardino di Baìa" di Realmonte
(AG) con la prima serata di una lunga serie. L'appuntamento con il jazz, infatti, è fissato nell'esclusivo locale del Lido Rossello di Realmonte per ogni primo venerdi del mese alle dalle h.21.00 alle h.01.00 e si protrarrà almeno fino a primavera inoltrata. Si susseguiranno veri e propri concerti jazz e vocal, in un'atmosfera decisamente ad hoc per l'occasione. Le serate saranno aperte a tutti i validi musicisti che vorranno suonare in pubblico, creando così dei veri e propri "gruppi" d'improvvisazione e virtuosismo jazzistico. Da non perdere.
Inserita il 02 - 02 - 09
Fonte: Giuseppe Vella http://www.teatro.org/rubriche/eventi-sicilia/al_via_la_jazz_school_session_2009_a_realmonte_ag_16836 http://www.facebook.com/photo_search.php?oid=59843294520&view=user#/profile.php?id=1157737328&ref=profile 1/21/2009 TOMMASO SERRA pittore: un viaggio tutto all’indietroQuando l’uomo merita, l’artista viene premiato. E’ il caso di Tommaso Serra, pittore, che ha vinto l’estate scorsa la IV Estemporanea di Pittura “Capo Rossello 2008” a Realmonte (AG) e per la quale non incidentale ragione, espone dal 22 dicembre al 31 gennaio 2008 in una Mostra Personale nei locali della Pro Loco di Realmonte, in Piazza Umberto I “Carricacina”, includendo fra le opere esposte la vincitrice del Concorso, che figura nella Collezione Privata del Comune di Realmonte.
L’uomo Serra trascende nel
Serra pittore: mostra quel sé di cui , probabilmente, appare essere geloso nei
rapporti interpersonali, in una delicatezza di modi ed in un’apparente
timidezza che lo tengono in riservato rapporto con il prossimo.
Ed ecco, allora, che anche al fruitore viene spontaneo addentrarsi nella spiritualità della rappresentazione, “entrando” nei dipinti del Serra, non senza una sorta di timorosa reverenza, la stessa che nasce naturalmente in ciascuno nell’avventurarsi in seno all’ignoto. Tale “ignoto” è proprio il “motore” della poetica di Tommaso Serra, in compagnia della cui pittura ci si ritrova, quindi, in un universo tutto da esplorare, con la curiosità intelligente del paleontologo, dell’archeologo, dell'antropologo, dello studioso di antichi riti ed usanze, ma con la diffidenza dell’uomo moderno, che quasi non ricorda più un passato così remoto.
Un mondo fatto di graffiti, in cui riconoscere dati familiari, quali il cane ed il bue, ma anche antiche corrispondenze religiose sul vento, il sole, la terra. Vi s’incontrano divinità antichissime, torsi femminili evocanti la madre terra, ma anche l’utero, quel quid che fa della donna il mistero e l’artefice materiale della razza umana, in una presenza quasi costante di colei che ha “il sole nel ventre”, come recita il graffito in uno dei dipinti.
E come possono in un universo così antico, tanto lontano, eppure sempre presente in ognuno di noi, mancare i numeri? Quella "Quabbalah" che fa di noi il risultato di misteriose equazioni divine? Graffita anch’essa, ripetuta, scritta a lettere e numeri, in un risultato sempre assolutamente imprevedibile e misterioso, dalla notte dei tempi ad oggi. Tutto, in Serra, è ridotto all’essenziale: l’artista “strizza” la propria pittura, la scarnifica e la rende “lisca” (presente anche materialmente in alcune opere) pure dal punto di vista coloristico, usando terre, sabbie, neri inquietanti, rossi sanguigni e rendendola sunto di ancestrali messaggi religiosi ed antropologici.
Un viaggio in un immaginario fertile e molto meditato, quindi, che invita il fruitore a riflettere sulla propria natura di uomo…reso tale dal soffio divino, che si riflette nella creazione di idoli, soprattutto femminili, o dall’evoluzione darwiniana? Serra non ce lo dice: aspetta ancora di scoprirlo, scavando nella preistoria e nel subconscio, contemporaneamente, con la precisione e la costanza del paleontologo e del medico insieme.
Un viaggio che richiede coraggio, ma che invita detto fruitore a seguire un esploratore d’eccezione, in un itinerario composito e misterioso, tutto all’indietro, verso l’ignoto. E quando l’ignoto diventa Arte, non si può che inchinarsi al talento di chi sappia esplorare l’imponderabile. Natalia Di Bartolo http://www.comune.realmonte.ag.it/index.php?option=com_content&task=view&id=81&Itemid=41 http://www.republik.org/?p=118 http://www.facebook.com/home.php#/profile.php?id=1157737328&ref=profile&pub=2915120374
1/13/2009 ELISABETTA DI VALOIS fra storia e teatro: Giglio di Francia alla Corte spagnolaAssistendo alla recente rappresentazione, nella Stagione 2008-2009 del Teatro alla Scala di Milano, al “Don Carlo” di Giuseppe Verdi, è balzata in primo piano presso il pubblico la figura di Elisabetta (o Isabella) di Valois, moglie dell'imperatore Filippo II di Spagna e personaggio mirabile nell'Opera di Verdi.
Parlarne, tra Storia e Musica, non può che far chiarezza sulla effettiva vicenda storica che vide questa giovane francese diventare regina di Spagna, al fianco di un uomo, nonché monarca, che era allora il depositario di un potere immenso. Elisabetta, quindi, fu veramente moglie dell'imperatore di Spagna, figlio di Carlo V. Era la seconda figlia di Enrico II di Francia e di Caterina de' Medici ed era nata a Fontainebleau, il 2 aprile 1545. Sofonisba Anguissola: Elisabetta di Valois
La pace di Cateau-Cambrésis, firmata nell'aprile del 1559 tra Inghilterra e Francia da una parte, Francia e Spagna dall'altra, prevedeva l'abbandono di tutte le conquiste francesi in Italia avvenute negli ultimi ottant'anni. Per suggellare la pace nei rapporti tra i due Paesi, fu previsto proprio il matrimonio della principessa Elisabetta con Filippo II di Spagna. Il 15 giugno, il duca d'Alba si presentò come pretendente per procura alla mano di Elisabetta, per conto del suo signore Filippo II, e il 21 il matrimonio fu celebrato, benché la sposina non avesse ancora raggiunto la pubertà. Ella, dunque, sposò Filippo nel 1559 a soli quattordici anni. Giovinetta esile e di fragile costituzione, la giovanissima regina aveva circa venti anni meno del marito e raggiunse la pubertà solo nel 1561. Elisabetta non ebbe lunga vita, ma diede a Filippo due figlie. Il re nutrì per lei sentimenti sinceri e si comportò sempre con lei con amorevole premura. L'Imperatore di Spagna era già vedovo di Maria Emanuela d'Aviz, morta nel 1545 nel dare alla luce l'unico figlio che il re spagnolo avesse finora, don Carlos, e di Maria Tudor, regina d'Inghilterra, morta nel 1558, con le quali i rapporti coniugali non erano stati propriamente amorevoli. Questa giovinetta, invece, forse gli ispirava anche una specie di paterna tenerezza e le si legò con sincera amorevolezza, soprattutto alla ricerca di un degno erede al trono di Spagna. La storia dei due coniugi, infatti, è narrata dalle fonti praticamente solo in base ai parametri della successione dinastica e della ricerca di una gravidanza che mettesse alla luce un maschio. Dopo un pericoloso aborto, provocato dall'insipienza dei medici, nel 1566 la regina Elisabetta risultò di nuovo incinta e si ebbero nuove manifestazioni pubbliche di gioia. Il re si fece ancora più premuroso. Certamente s'aspettava il maschio, ma non poté trattenere la gioia quando il 12 agosto nacque Isabella Clara Eugenia. Il 6 ottobre 1567, poi, sarebbe venuta alla luce la seconda figlia, Caterina Micaela. Le due figlie di Elisabetta furono amorevolmente seguite dal padre nel loro cammino di giovani principesse reali, nonostante la sua fama di uomo duro ed implacabile: ne restano testimoni numerose lettere a loro rivolte e da loro inviate nel carteggio dell’imperatore, soprattutto per quanto riguarda Isabella Clara, luce dei suoi occhi, alla quale confidava la propria anima tormentata e dalla quale, negli anni della piena maturità, riceveva ed accettava suggerimenti, conforto e perfino filiali rimproveri. Nel maggio del 1568 Elisabetta ebbe una nuova gravidanza. Dopo l'estate si ammalò: sveniva, aveva dei tremiti e si sentiva depressa. Iniziò a mangiare e a bere poco. I medici cominciarono di nuovo a praticarle clisteri e salassi, e così la mattina del 3 ottobre ebbe un nuovo aborto: un'altra femmina. Nella sera dello stesso giorno, Elisabetta spirò. Filippo assistette la moglie fino all'ultimo e, dopo la sua morte, si ritirò addolorato per alcune settimane nel monastero di San Girolamo, senza voler vedere nessuno. Cause dinastiche lo spinsero poi, nel 1570, a risposarsi con la nipote Anna d'Austria, da cui ebbe il sospirato erede maschio, il futuro Filippo III. L'Infanta Isabella avrebbe in seguito sposato il cugino Alberto d'Asburgo e assunto il governo dei Paesi Bassi; l'Infanta Caterina Micaela sarebbe andata invece sposa a Carlo Emanuele I di Savoia, a cui avrebbe dato ben dieci figli. La storia, dunque, ci narra che la regina Elisabetta di Valois ebbe vita ritirata e breve e poco si sa di lei, se non delle sue vicissitudini per dare un erede al marito imperatore. Nell'Opera, invece, è umanissima donna, innamorata di Don Carlo, Principe delle Asturie (Valladolid, 8 luglio 1545 – Madrid, 24 luglio 1568) figlio proprio di Filippo II e di Maria Emanuela d'Aviz, nonché, finché non nascesse un degno sostituto, erede al trono di Spagna. Alonso Sànchez Coello: don Carlo, Infante di Spagna
Nel corso della sua breve vita, Carlo finì davvero in prigione per volere del padre, ma non, come nell’Opera, per via della nobile causa della libertà delle Fiandre, ma per motivi ben più modesti, fra cui quello di tenerlo quanto più possibile lontano dalla Corte, dove non era certo un bell’esempio di erede al trono e soprattutto, nel 1567 , per aver ordito una congiura contro il padre. Morì nel 1568, a 23 anni. Si pensò addirittura che il padre avesse voluto farlo uccidere, per vendicarsi del complotto ordito contro di lui. Nella realtà storica, non si hanno notizie certe sui rapporti tra Carlo e la giovane Elisabetta. Si sa soltanto che, vicini per età, i due intesserono un rapporto amichevole e di confidenza, di gioco, addirittura, poiché legato anche alla loro condizione di giovinetti. Ma di amore fra i due la storia non parla attraverso i documenti certi che ne fanno, com’è giusto, una scienza. Nell'Opera di Verdi, invece, l'amore disperato fra la regina ed il figlio del marito è fulcro e significante attraverso il quale passa l'infelicità della giovane donna, prima promessa al figlio e poi, forzatamente, per motivi politici, sposa del padre. Il conflitto fra amore e dovere permea l'Opera intera e rende "melodrammatico", nell'accezione più positiva del termine, il personaggio femminile. Elisabetta, nell'Opera, è donna forte, che prima cede alla ragion di stato e poi al dovere di madre acquisita, soffocando in se stessa e nel proprio ruolo di regina un amore disperato verso il coetaneo Carlo, anch'egli perdutamente innamorato della promessa sposa, a lui strappata dalla politica e da potere. Ma se, nell'Opera, Carlo è pur sempre storicamente malvolentieri soggetto al padre, di salute malferma, psicologicamente fragile, propenso alle lacrime, disperato, Elisabetta è ferma nella propria integerrima "purezza" e senso del dovere. Questi sono addirittura storicamente provati, nel contrasto che la madre Caterina ebbe con lei, riguardo all'usare l'influenza della figlia nei rapporti politici con Filippo II; Elisabetta volle sempre dimostrarsi ciò che era diventata: una regina spagnola, leale al marito ed alla politica dell'Impero. Una donna di carattere, quindi, che nell'opera reagisce all'azione subdola perpetrata dalla principesa di Eboli, innamorata di Carlo e convinta che Elisabetta e Carlo fossero amanti. la Eboli aveva fatto credere a Filippo che la moglie lo tradisse col figlio. Lo scrigno dei gioielli della regina, specchio purissimo della sua anima sofferente, dalla principessa rubato e consegnato a Filippo per scatenare per vendetta la tragedia, conteneva il ritratto di Carlo. Elisabetta si difende di fronte al marito di un'accusa infamante, ricordandogli con orgoglio e fermezza che è una Regina e che, prima di essere promessa a lui, era stata promessa a Carlo. L'imperatore, furibondo, la colpisce. Ella non cede e, quando Eboli, accorsa al richiamo dell'imperatore (“Soccorso alla regina!”) le si presenta accanto e la sorregge, in preda al rimorso confessa alla regina la propria colpa, che non solo è quella di averla calunniata, ma anche quella di essere stata amante dell’imperatore. Elisabetta è regina anche in questo tremendo frangente. Fattasi riconsegnare la croce di Dama di Corte, pur potendo vendicarsi ben più severamente, le intima di scegliere fra il convento e l'esilio e la bandisce dalla Corte spagnola. Ciò che nell'Opera è stato "costruito è, comunque, assai verosimile. Del resto proprio Verdi sosteneva che nell’Opera “bisogna inventare il vero”. E’ verosimile che, anche storicamente, la giovane regina rimpiangesse sempre la Francia e la sua Corte, che in confronto a quella di Spagna, severa, oscura, in preda al potere sanguinario della Santa Inquisizione, poteva apparire come un Paradiso di luce e gioia. Pur tenendola in secondo piano, la storia stessa ci insegna comunque a guardare a questa giovane donna come ad un esempio di rettitudine...nell'Opera tutto ciò viene esaltato e sottolineato; in particolar modo in una tra le più belle pagine di musica verdiana: "Tu che le vanità conoscesti del mondo", al quarto (o quinto) atto. Un’invocazione, quasi preghiera, a Carlo V imperatore, un addio alla vita ed alla felicità. Don Carlo si è sempre presentato alla fantasia dei tragediografi, dei poeti e dei musicisti come figura di grande interesse umano e plausibile pedina politica di ruolo primario nella Corte spagnola di Filippo II; e nella storia che lo riguarda, importante posto occupa sempre la giovane Elisabetta di Valois: il "colpo di teatro" del "figlio" che ama la "madre" è un assai ghiotto ingrediente drammaturgico. Vittorio Alfieri ne trasse ispirazione, scrivendo la tragedia “Filippo" nel 1775; Friedrich Schiller trattò poi la vicenda dei due personaggi nella tragedia storica "Don Carlos, Infant von Spanien", completata nel 1787. Proprio dal lavoro letterario di Schiller deriva l'opera di Giuseppe Verdi (Don Carlos), rappresentata per la prima volta a Parigi nel 1867, su libretto di Joseph Mery e Camille Du Locle. La prima rappresentazione dell'Opera verdiana, in cinque atti e in lingua francese, ebbe luogo l'11 marzo 1867 al Théâtre de l'Académie Impériale de Musique di Parigi. In seguito l'opera fu tradotta in italiano da Achille de Lauzières e rimaneggiata dal Verdi a più riprese. In ciascuna delle versioni drammaturgiche, la figura di Elisabetta viene comunque fuori valorizzata e pregnante: un ottimo passaporto per una meritata immortalità. Inserita il 13 - 01 - 09
Fonte: Natalia Di Bartolo 1/4/2009 Cinque dipinti di GIOVANNI PROIETTO adornano l'Aula Consiliare di Realmonte (AG)
Si è svolta il 3 gennaio 2009 la cerimonia di inaugurazione del polittico di dipinti donati dal pittore Giovanni Proietto alla Sala Consiliare del Municipio di Realmonte.
Giovanni Proietto, nato meno di quaranta anni fa ad Alessandria della Rocca (AG), ma felicemente residente da Realmonte da diversi anni, opera da sempre nel campo delle Arti Visive, dando il proprio contributo di pittore, legato al figurativo, ma con una concezione assolutamente originale di temi, scorci e tecniche. Il polittico donato al Municipio, formato da cinque grandi tele, che sfiorano ciascuna i due metri per due, rappresenta un vasto scorcio della splendida costa realmontese. In particolare, i tre dipinti sulla parete centrale di fondo conducono il fruitore dalla Scala dei Turchi al faro di capo Rossello. Gli altri due, collocati lateralmente, rappresentano la costa con la Torre di Monterosso ed una veduta marina attraverso un cancello aperto a metà e che realmente esiste.
La cerimonia ha avuto inizio con un intervento di saluto del presidente del Consiglio Comunale dott. Giovanni Coco, ed è proseguita con gli interventi di saluto e presentazione del Sindaco, ing. Giuseppe Farruggia e dell’Assessore alla Cultura, prof. Paolo Salemi, che ha agito, durante la serata, anche da moderatore.
Subito dopo, si è operata la scopertura dei dipinti, appositamente ricoperti da drappi di stoffa per essere celati alla vista. La visione delle opere ha suscitato un sincero e sentito applauso da parte di tutto il numeroso pubblico intervenuto.
Dopo un breve intervento verbale, colmo d’emozione e gioia, dell’autore Giovanni Proietto, si sono avvicendati, a seguire, gli interventi degli addetti ai lavori: relatori il prof. Nuccio Mula, il prof. Paolo Cottone, il dott. Filippo Sciacca ed il sacerdote don Calogero Proietto, fratello gemello del pittore e pittore anch’egli. Fra i relatori mancava all’appello la dott.ssa Natalia Di Bartolo, trattenuta da una fastidiosa influenza di stagione. L’intervento dei relatori ha tenuto a sottolineare non solo la valenza artistica dei dipinti, di ottima fattura e resa, ma anche lo spirito con cui questi sono stati donati al Municipio di Realmonte, da un artista sincero e generoso, che ha arricchito la Sala Consiliare, finora assolutamente spoglia, di un patrimonio artistico che resterà negli anni e che andrà sotto gli occhi di ogni altra Amministrazione che dovesse insediarsi in futuro nella cittadina dell’agrigentino.
Un monito, quasi, a che l’Arte e la Cultura siano sempre sotto gli occhi degli amministratori, così come sotto quelli degli attuali, che stanno portando in palmo di mano proprio tali fondamentali realtà dello Spirito e del Lavoro umano, in un territorio baciato dallo splendore della Natura, ma in cui i beni artistici e culturali non erano mai stai presi prima in considerazione, né valorizzati, né ricercati, né coltivati. Un atteso evento, quindi, quello del 3 gennaio, che segna un significativo momento di evoluzione del senso estetico e della propensione alla Cultura a Realmonte; essi trovano in questa antichissime, profonde radici, ma necessitano di avvenimenti come quello sopra descritto per focalizzare quali siano gli intenti ed il percorso da seguire, affinché la tanto auspicata evoluzione artistico-culturale s’insedi nel territorio e definitivamente dia i frutti sperati.
Natalia Di Bartolo
12/11/2008 VENEZIA: PRIMA NAZIONALE di LA RIGA NEI CAPELLI DI WILLIAM HOLDEN e CONVEGNOE' andata in scena con successo il 10 dicembre, a Venezia, la prima nazionale della commedia "La riga nei capelli di William Holden" di Josè Sanchis Sinisterra.
L'evento teatrale, che andrà in replica giovedì 11 e venerdì 12 dicembre, ore 21, al Teatro Fondamenta Nuove, organizzato da "Venezia in scena", "Vespro s.r.l. e da "Vortice"- Teatro delle Fondamenta nuove, è patrocinato dalla Città di Venezia - Attività e produzioni culturali, spettacolo e sistema bibliotecario - area delle produzioni culturali e dello spettacolo, nonché dal Ministero della Cultura Spagnola, che gli organizzatori ringraziano. L'originale spettacolo è nato da un progetto di Adriano Iurissevich. La rappresentazione ha visto sul palcoscenico quest'ultimo, con Rita Maffei e Giorgio Bertan, per la regia di Giuseppe Emiliani. Teatro che parla di cinema: una rarità, ovvero la "lingua originaria della rappresentazione" che incontra la rivoluzione rappresentativa del '900. La commedia appare come un canto d'amore per il cinema, quello delle sale affollate e fumose prima del predominio della televisione, dei multisala e dell'homevideo. Luogo di incontro di umanità disparata e sognante piazza al chiuso. --------- Trama: Esteban, dopo 30 anni di peregrinazioni per mare, torna nella città natale, passeggia per il quartiere della sua infanzia e giovinezza e nostalgicamente entra nel vecchio cinema dove da ragazzo soleva vedere lo stesso film anche dieci volte, in compagnia di Caterina, la ragazza dei suoi 18 anni. Il cinema ha un'aria di estremo abbandono, deserto e impolverato. Una sola spettatrice siede in prima fila, mangiucchiando semi di zucca. Il film annunciato non inizia, eppure la ragazza sembra seguire immagini sullo schermo. Tra i due prende forma a poco a poco un dialogo frammentato e bizzarro, a colpi di citazioni da film, di allusioni e rifiuti, giochi della memoria, schermaglie e provocazioni in cui si inserisce Domenico, un'improbabile maschera (un anziano supposto cieco che si presenta alla ribalta in un rutilante costume alla Tom Mix). Ma chi è Caterina? E Domenico e gli altri strani personaggi di contorno, e chi sono i pretendenti in attesa fuori della sala? Nel procedere del dialogo e dell'azione varie ipotesi si fanno strada, ma nessuna è definitiva. Il pubblico viene così continuamente attratto in un sottile ed eccitante gioco di risposte, proiezioni ed interpretazioni che formano parte del disegno drammaturgico dell'autore. ---------- Visto e rappresentato in questo modo, il Cinema diviene creatore di universi immaginari ed ideali che, in certi casi e per certe persone, fungono da muro o da filtro nei confronti di una realtà da cui proteggersi. La realtà che puzza come nei pescherecci in cui Esteban ha lavorato, non quella di William Holden che anche dopo la peggiore scazzottata aveva sempre è comunque una riga di capelli perfetta. Potremmo scomodare l'antica questione donchisciottesca: cos'è reale, ciò che è o ciò che io desidero sia, ciò che è o ciò che immagino? E ancora: l'esperienza sensoriale è più "vera" di quella di "fiction"…e la fiction, quanto impedisce il riconoscimento e la elaborazione della realtà, quanto ci aiuta a vivere, o a non vivere? Temi non certo nuovi alla filosofia, alla letteratura ed al Teatro, ma qui trattati con piglio originale e con toni sospesi e con ironia, leggerezza e gusto del comico, senza rinunciare alla profondità. Repliche da non perdere. ---------- In concomitanza, in occasione della Settimana del Teatro Spagnolo Contemporaneo, sempre organizzato da Venezia Inscena e l’Università Cà Foscari, nei giorni 11, 12 e 13 Dicembre 2008, nell'Auditorium Santa Margherita, Teatro Fondamenta Nuove, Teatro Junghans e Teatro Aurora (Marghera), si terrà il Convegno: "Drammaturgia contemporanea tra impegno politico e ricerca formale", a cura di Adriano Iurissevich, Maria del Valle Ojeda, Marco Presotto. Al Convegno partecipano: Fabrizio Borin: associato di Storia del Cinema, Università “Ca’ Foscari” di Venezia Elena Bucci; Attrice Davide Carnevali: traduttore, ricercatore Irsig Antonella Caron: attrice, traduttrice Manuela Cherubini: regista, traduttrice Gigi Dall’Aglio: registra, traduttore Martin Egge: psicanalista, docente Istituto Freudiano di Roma Roberto Ellero: direttore Centro Candiani e della Casa del Cinema di Venezia Giuseppe Emiliani: regista Renato Gatto: direttore didattico Accademia Teatrale Veneta Mario Gelardi: regista Adriano Iurissevich: regista, attore, traduttore Juan Mayorga, drammaturgo Paola Mildonian: ordinario di Letterature comparate, Università “Ca’ Foscari” di Venezia Silvia Monti: ordinario di Letteratura spagnola, l’Università degli studi di Verona Massimo Navone: regista Cristina Palumbo: operatrice teatrale Marco Presotto: ordinario di Letteratura spagnola, Università “Ca’ Foscari” di Venezia Paolo Puppa: ordinario di Storia del Teatro e dello Spettacolo, Università “Ca’ Foscari” di Venezia Ricard Salvat: cattedratico emerito dell’Università di Barcellona Roberto Scarpa: direttore di “Prima del Teatro – Scuola Europea per l’Arte dell’attore” José Sanchis Sinisterra: drammaturgo, regista Roberto Tessari: ordinario di Storia del Teatro e dello Spettacolo, Università di Torino María del Valle Ojeda Calvo: associato di Letteratura spagnola, Università “Ca’ Foscari” di Venezia ---------- PRIMO APPUNTAMENTO (acqua alta permettendo): Giovedì 11 dicembre, mattina. Auditorium Santa Margherita. Presiede Marco Presotto 9.30 Saluto delle autorità e presentazione del convegno 10.15 Ricard Salvat, Fare Teatro dopo la transizione 10.45 Paolo Puppa, Ricerca teatrale e contestazione politica nel teatro a fine millennio 11.30 Fabrizio Borin presenta Ay Carmela, Cinema e Teatro 11.45 Proiezione di Ay Carmela! di Carlos Saura dal testo di J.S. Sinisterra (durata 102') Pomeriggio, Auditorium Santa Margherita. Presiede Paola Mildonian 15.30 Roberto Tessari, Lo spettatore e il suo doppio: drammaturgia e pubblico da Lope de Vega a J.S. Sinisterra 16.20 Silvia Monti, Antonella Caron, Adriano Iurissevich: Il teatro di José Sanchis Sinisterra inframmezzato da brevi letture di suoi testi 17.45 R.Tessari, J.S.Sinisterra, Conversazione con José Sanchis Sinisterra 21.00 Teatro Fondamenta Nuove Seuirà il suddetto spettacolo "La riga nei capelli di William Holden" SECONDO APPUNTAMENTO, venerdi 13 dicembre, mattina, Auditorium Santa Margherita, Presiede Paolo Puppa 10.00 Tavola rotonda "Teatro politico e invasioni barbariche"; Interventi di R. Salvat, R. Tessari, J.S. Sinisterra, con la partecipazione di Elena Bucci, Mario Gelardi, Cristina Palumbo, Gigi Dall’Aglio. Dibattito. 10.20 P.Puppa, "Il padre di B.", monologo. Pomeriggio, Teatro Fondamenta Nuove, Presiede Roberto Ellero 16.30 La riga nei capelli di William Holden: Presentazione dello spettacolo e tavola rotonda, con interventi di J.S.Sinisterra, F. Borin, G. Emiliani, A. Iurissevich, Martin Egge. Fondazione di Venezia 16.30 Juan Mayorga incontra gli studenti di Parole in forma scenica laboratorio di drammaturgia diretto da Leonardo Mello info: tel. 041 2201251 e-mail: esperienze@giovaniateatro.it TERZO APPUNTAMENTO, 13 dicembre Teatro Aurora (Marghera) ore 21.00 Spettacolo: "Hamelin" di Juan Mayorga, regia di Manuela Cherubini ----------- PREVENDITE per gli spettacoli: E' possibile prenotare i biglietti via mail (info@teatrofondamentanuove.it) o per telefono (+ 39 041 5224498) e ritirarli direttamente in biglietteria un'ora prima dello spettacolo. BIGLIETTI/TICKETS Intero/Full Price € 12 Ridotti/Reduced € 10 [ residenti Comune di Venezia, giovani (under 18), anziani (over 65), Rolling Venice, Carta Giovani, Venice Card, San Servolo Card] Soci Vortice € 8 Giovani a Teatro € 2.50 RETE DI VENDITA HELLO VENEZIA call center (+39) 041 24.24 www.hellovenezia.it APT VENEZIA Uffici di Piazzale Roma, San Marco, Giardini reali, Lido Informazioni e prenotazioni/Information and reservations: 041 5224498, info@teatrofondamentanuove.it Vortice - Associazione Culturale email: vortice@provincia.venezia.it Inserita il 11 - 12 - 08
Fonte: Natalia Di Bartolo
12/8/2008 MILANO: alla SCALA, DON CARLO di Verdi apre la STAGIONE LIRICA 2008-09La recensione di Natalia Di Bartolo Grande attesa al Teatro alla Scala di Milano per questa sofferta prima del “Don Carlo” di Giuseppe Verdi, Opera in quattro atti su Libretto di François-Joseph Méry e Camille Du Locle, traduzione italiana di Achille de Lauzières e Angelo Zanardini, nuova produzione del Teatro milanese, che si è tenuta a partire dalle 18 del 7 dicembre 2008 e che ha mobilitato non solo la Direzione del Teatro, che ha dovuto effettuare due sostituzioni d’interpreti all’ultimo momento, fra cui quella del protagonista Don Carlo, che è stato impersonato dal tenore Stuart Neill al posto di Giuseppe Filianoti (che voci di corridoio davano esser stato sostituito per aver steccato all'anteprima), ma stuoli di appassionati, loggionisti e non, nonché di semplici spettatori e, come sempre, di signore ingioiellate, lustre di visagisti e ingolfate in trine, sete e velluti di sartorie varie. Uno spettacolo nello spettacolo, ovviamente e come sempre: la prima della Scala è un avvenimento annuale da non perdere, anche per chi di Opera non mastichi una nota: l’importante è esserci. Ma, a prescindere dal pubblico variopinto che ha affollato il teatro in ogni ordine di posti, con loggione strabordante e, come spesso accade, dissensiente a suon di fischi e “buh”, questa volta nei confronti del Direttore Daniele Gatti, forse anche per via della sostituzione a sorpresa del tenore, non si può dire che questo Don Carlo sia stato un fiasco, tutt’altro: sarà stata l’atmosfera scaligera, come sempre un po’ “surriscaldata”, sarà stato il fascino che l’Opera verdiana porta in sé, certo è che in alcuni tratti ci si poteva anche sollevare un palmo dal velluto rosso della poltrona. A tratti, appunto, perché tutti gli interpreti, sebbene corretti ed apprezzati, non erano della medesima “statura” vocale, scenica ed interpretativa ed erano diretti da una specie di “tiranno” Gatti, che tirava giù dritto alla grande, senza perdonare il minimo “rubato” di chicchessia, con il risultato poco convincente di lasciare così, per esempio, al primo atto, una battuta fuori tempo il pur ottimo Rodrigo, Marchese di Posa di Dalibor Jenis, che si è avvalso di una seguente, lunga pausa scritta per riprendersi.
La scena dell'Auto da Fé Questo ed altri “nèi” nella direzione sono stati colti appieno dal pubblico degli intenditori, che non hanno esitato a dimostrare al Direttore il proprio disappunto, ascoltando un’ottima orchestra ben inquadrata sì, ma che, in alcuni tratti, costringeva a sua volta i cantanti ad un canto quasi solfeggiato; nonché un volume sonoro di improba altezza per gli interpreti sul palcoscenico. I coloriti, insomma, si sono lasciati desiderare, ma nel complesso il pubblico in maggioranza ha, alla fine, applaudito anche il Direttore. Fiorenza Cedolins e Ferruccio Furlanetto in una scena dell'Opera scaligera Altra vera “perla”, la Elisabetta di Fiorenza Cedolins, bella e brava, espressiva e dolente, che ha saputo superare le improbe difficoltà di una tessitura musicale medio-bassa per una soprano lirico, che necessariamente deve sconfinare nel drammatico e che ha un ruolo di energica, spossante emissione.
Altra stella, la mezzosoprano Dolora Zajick, evidentemente più a suo agio nei panni di Azucena, che in quelli della Principessa d’Eboli, che ha tuttavia saputo dar corpo al suo personaggio, con voce possente dai gravi perfettamente sostenuti e rotondi agli acuti limpidi e potenti, una rara capacità “mimetica”, che è propria solo delle grandi cantanti. Che dire del tenore Stuart Neill, che si è ritrovato addosso il macigno di una prima alla Scala come protagonista dell’Opera? Voce gradevole e limpida, dizione sufficientemente corretta, presenza scenica “pesante” alla Pavarotti, ma portata con una certa disinvoltura, ha saputo condurre al termine una recita che si presentava davvero come un crudele trabocchetto per se stesso e per la riuscita dell'intero spettacolo. Altro cantante da apprezzare il baritono Dalibor Jenis, un Rodrigo che è andato crescendo nel corso della rappresentazione, insieme alla rappresentazione stessa, sia come voce, che come presenza scenica. La giovane età lascia ben sperare per il futuro. Apprezzabili anche tutti gli altri interpreti: Diogenes Randes un monaco-Carlo V, il paggio Tebaldo Carla Di Censo, il Conte di Lerma Cristiano Cremonini, l’Araldo reale Carlo Bosi, la Voce dal cielo Irena Bespalovaite, i sei deputati fiamminghi Filippo Bettoschi, Davide Pelissero, Ernesto Panariello, Chae Jun Lim, Alessandro Spina, Luciano Montanaro. Gradevole il Coro, diretto da Bruno Casoni. Scene scarne, quasi “monastiche” e accorta regia di Stéphane Braunschweig, che ha “inventato” una sorta di “alter ego bambino” per i tre protagonisti Carlo, Elisabetta e Posa, rendendo a tratti assai suggestiva la rappresentazione, come portando sul palcoscenico dei flash-backs dei personaggi principali, che si amavano ed agivano come avevano imparato a fare condividendo un’infanzia, se non “vicina” con gli altri due per Elisabetta, quanto meno “simile” e rendendo possibile un dialogo con se stessi, proprio dell'anima di ciascun protagonista; ed anche che Carlo-bambino venisse metaforicamente tolto di mezzo prematuramente dal padre, facendolo ardere nel rogo del solenne e tetro Auto da Fè. Una regia che ha saputo, nonostante qualche momento di staticità, evidenziare l’eterno conflitto tra lo Stato e la Chiesa che è insito nell’Opera e che proviene dalla profonda e scettica genialità verdiana, anelante comunque e sempre alla conoscenza della verità della vita e della morte. Gradevoli assai i costumi di Thibault van Craenenbroeck, ben calati nell’epoca e le adeguate luci di Marion Hewlett. Insomma: una prima scaligera che non può passare inosservata, anche se non si effettuano i conteggi di quante volte sia stato rappresentato il Don Carlo alla prima e da chi sia stato diretto. Una gran “macchina", che è riuscita, anche se non costantemente, a coinvolgere lo spettatore, che si è sorbito, senza colpo ferire né sbadiglio alcuno, le ben quattro ore e dieci minuti di spettacolo che la Scala ha offerto quest’anno non solo agli spettatori paganti, ma anche a quelli rimasti in casa, rendendo possibile la trasmissione dell’Opera via cinema, televisione e radio, per un potenziale pubblico di circa sessanta milioni di spettatori in tutto il mondo. Un esempio da imitare e ripetere. Milano, Teatro alla Scala, 7 dicembre 2008 Altre repliche: Dicembre 2008: 10 (19:30), 12 (19:30), 14 (15:00), 16 (19:30), 19 (19:30), 21 (19:30) Gennaio 2009: 04 (15:00 - riservato), 08 (19:30), 11 (19:30), 15 (19:30) Voto:
12/7/2008 LONDRA: presentata la Stagione Lirica 2009 del BELLINI di CATANIADopo la presentazione nazionale, avvenuta lo scorso 3 dicembre a Roma, la Stagione Lirica 2009 del Teatro Massimo Bellini di Catania, il 5 dicembre è stata presentata agli ospiti e alla stampa internazionali nella sede dell’Istituto Italiano di Cultura di Londra con una conferenza-spettacolo tenuta dal sovrintendente del Teatro Antonio Fiumefreddo con il direttore della produzione artistica Stefano Pace e alla quale hanno preso parte il musicista Michael Nyman e il ministro dell’Ambasciata italiana a Londra Giovanni Brauzzi.
Otto appuntamenti, una lunga stagione di opere e di balletti che attraverserà tutto il 2009 e che proporrà numerose novità, due “prime” mondiali assolute appositamente scritte per il “Bellini”, una da Karole Armitage l’altra proprio da Michael Nyman, una “prima” nazionale e opere che da decenni non venivano rappresentate sulle scene catanesi. Tanto l’entusiasmo manifestato dai giornalisti inglesi e dai tantissimi cittadini intervenuti alla serata. “Il Bellini diventa un teatro di cui si parla nelle grandi capitali –ha detto il sovrintendente Fiumefreddo- la commissione di una nuova opera affidata al genio del compositore Michael Nyman sta aprendo uno straordinario dibattito di livello internazionale sulle prospettive della Musica e sulle capacità che quest’arte ha di raccontare, come accadrà con ‘Head of State’, la natura degli uomini nell’intreccio di passione e di ragione che caratterizza la storia dell’umanità. Che questo accada grazie all’iniziativa del nostro teatro –ha concluso Fiumefreddo- è per noi motivo di orgoglio”. Nyman ha descritto il suo lavoro, l’opera nuova che sta scrivendo per il “Bellini”, che esplorerà il rapporto tra potere e disagio psichico, in un intreccio costruito su due piani, uno storico l’altro attuale. Accanto a lui c’erano anche il regista Ken McMullen e la psichiatra e autrice del libretto Yulia Kovas. Infine Stefano Pace ha descritto e spiegato al pubblico inglese la nuova stagione. Dopo la presentazione, pubblico e giornalisti si sono spostati in un altro salone dell’Istituto italiano di cultura dove si è tenuto l’applaudito concerto di un gruppo di artisti del Teatro formato da Sebastiano Spina al pianoforte e dai cantanti Claudia Munda (soprano) e Michele Mauro (tenore), artisti del coro, che hanno eseguito arie e duetti di alcune delle opere inserite nel cartellone 2009. Il pubblico ha mostrato di gradire molto l’incontro, e la novità di portare all’estero la migliore immagine della Sicilia; durante la serata si è parlato anche della necessità di aprire il più possibile al pubblico internazionale il Teatro Massimo Bellini e di “esportare” la tradizione operistica italiana nelle grandi capitali. LA STAGIONE. La Stagione Lirica 2009 del Teatro Massimo Bellini partirà il prossimo 15 gennaio con Medea, di Luigi Cherubini, opera complessa e poco rappresentata che, infatti, mancava da Catania da 28 lunghissimi anni. Per moltissimi spettatori sarà dunque una vera e propria novità. Diretta da Evelino Pidò, con la regia di Lamberto Puggelli, è un nuovo allestimento del “Bellini” firmato anche da Marco Capuana (scene), Darko Petrovic (costumi) e Bruno Ciulli (luci). Sulla scena, Chiara Taigi nel ruolo principale, Agnes Zwierko (Neris), Andrea Carè (Giasone), Carlo Cigni (Creonte), Anna Chirichetti (Glauce). In scena fino al 25 gennaio. In febbraio da Losanna arriverà la Compagnia del Balletto Bejart, fondata e diretta fino alla sua morte, avvenuta lo scorso anno, dal celebre ballerino e coreografo Maurice Bejart. Proporrà quattro importanti lavori uno dei quali, Aria, avrà le coreografie di Gil Roman, successore di Bejart alla guida della compagnia, che sarà in “prima” per l’Italia. Gli altri balletti sono: Chant d’un compagnon errant con le musiche di Gustav Mahler, L’uccello di fuoco con la musica di Igor Stravinsky, Boléro di Maurice Ravel. In scena dal 13 al 22 febbraio, con due turni fuori abbonamento. Marzo porterà la musica di Gaetano Donizetti e della sua Maria Stuarda, altra opera assente dal “Bellini” da troppo tempo; l’ultima edizione risale al 1983, prima se ne ricorda solo un’altra nell’Ottocento. Dirigerà l’orchestra Antonino Fogliani, la regia è di Francesco Esposito. L’allestimento è quello del Teatro dell’Opera di Liegi firmato da Italo Grassi. Il ruolo di Maria Stuarda vedrà il ritorno del soprano Mariella Devia, assente dalla scena catanese da tanti anni. Elisabetta sarà Laura Polverelli, Leicester sarà affidato a Celso Albelo, Talbot a Carlo Cigni. Dal 15 al 25 marzo. In aprile arriva Ernani di Giuseppe Verdi, 22 anni dopo l’ultima edizione catanese. Direttore sarà Antonio Pirolli, la regia è di Beppe De Tomasi. Sulla scena, il tenore Marcello Giordani nel ruolo del titolo, Nicola Alaimo in quello di Don Carlo, il soprano Iano Tamar sarà Elvira, De Silva sarà Giovanni Parodi. L’allestimento è del Teatro Massimo di Palermo. Dal 22 aprile al 5 maggio, con un “fuori abbonamento”. Maggio sarà anche il mese in cui andrà in scena la prima mondiale del balletto Summer of Love (Estate d’amore), della celebre ballerina e coreografa statunitense Karole Armitage, lavoro prodotto dal Teatro Massimo Bellini la cui anteprima è stata applaudita la scorsa estate al Lincoln Center di New York. Le musiche sono dei Burkina Electric, che le eseguiranno dal vivo, e di Lukas Ligeti. La compagnia, multiculturale e multietnica, è la “sua” Armitage Gone! Dance Company. In scena dal 22 al 28 maggio, con un “fuori abbonamento”. Dopo la pausa estiva, la Stagione Lirica 2009 tornerà in ottobre con un’altra rarità per il pubblico catanese: Porgy and Bess di George Gershwin, opera che finora contava una sola apparizione al “Bellini”, nel 1994. La proporrà la compagnia del New York Harlem Theatre con la direzione e la regia di William Barkhymer. Dal 7 al 15 ottobre, con un “fuori abbonamento”. Dal 3 al 14 novembre ancora Gaetano Donizetti, stavolta con un titolo del grande repertorio come L’elisir d’amore. Direttore Pietro Rizzo, regia di Giovanni Anfuso, nuovo allestimento del “Bellini”. La Stagione 2009 si concluderà in dicembre con la prima mondiale assoluta di Head of State, l’opera che il Teatro Massimo Bellini ha appositamente commissionato a Michael Nyman. Il grande compositore inglese la sta scrivendo assieme al regista Ken McMullen e a Yulia Kovas. Sarà un viaggio attraverso il tempo che affronterà tematiche delicate e di grande attualità. In scena dall’11 al 20 dicembre. GLI ABBONAMENTI. La campagna abbonamenti è partita il 3 dicembre. Fino al 23 dicembre hanno diritto alla prelazione gli abbonati alla Stagione Lirica 2008. Dal 29 dicembre sarà possibile sottoscrivere i nuovi abbonamenti. I prezzi vanno dai 2540 euro di un palco di secondo ordine centrale nel turno A, ai 36 euro di un posto in galleria nel turno S1. Inserita il 07 - 12 - 08
Fonte: Natalia Di Bartolo
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